Scompaiono anche in Emilia le botteghe artigiane

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L’emorragia delle imprese artigiane continua. Se nell’ultimo anno (2018 su 2017) lo stock complessivo presente in Italia è sceso di oltre 16.300 unità (-1,2%), negli ultimi 10 anni, invece, la contrazione è stata pesantissima: -165.500 attività (-11,3%). L’analisi è stata realizzata dalla CGIA e pubblicata il 2 febbraio, festa della Candelora.

Una caduta che non ha registrato soluzioni di continuità in tutto l’arco temporale analizzato (2018-2009). Al 31 dicembre scorso, invece, il numero totale delle imprese artigiane attive in Italia si è attestato poco sopra 1.300.000 unità. Di queste, il 37,7% nell’edilizia, il 33,2% nei servizi, il 22,9% opera nel settore produttivo e il 6,2% nei trasporti.

Quali sono le ragioni di questa “moria” ? “La caduta dei consumi delle famiglie e la loro lenta ripresa, l’aumento della pressione fiscale e l’esplosione del costo degli affitti hanno spinto fuori mercato molte attività – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – senza contare che l’avvento delle nuove tecnologie e delle produzioni in serie hanno relegato in posizioni di marginalità molte professioni caratterizzate da un’elevata capacità manuale. Ma oltre al danno economico causato da queste chiusure, c’è anche un aspetto sociale molto preoccupante da segnalare. Quando chiude definitivamente la saracinesca una bottega artigiana, si perdono conoscenze e cultura del lavoro difficilmente recuperabili e la qualità della vita di quel quartiere peggiora notevolmente. Altresì, c’è meno sicurezza, più degrado e il rischio di un concreto impoverimento del tessuto sociale”. A livello territoriale è il Mezzogiorno la macro area dove la caduta è stata maggiore. Tra il 2009 e il 2018 in Sardegna la diminuzione del numero di imprese artigiane attive è stata del 18% (-7.664). Seguono l’Abruzzo con una contrazione del 17,2% (-6.220), l’Umbria, che comunque è riconducibile alla ripartizione geografica del Centro, con – 15,3% (-3.733), la Basilicata con il 15,1% (-1.808) e la Sicilia, sempre con il -15,1%, che ha perso 12.747 attività. Nell’ultimo anno, invece, la regione meno virtuosa d’Italia è stata la Basilicata con una diminuzione dello stock dell’1,9.

“Il 57% della contrazione delle imprese artigiane registrata in questi ultimi 10 anni – fa notare il segretario della CGIA Renato Mason – riguarda attività legate al comparto casa. Edili, lattonieri, posatori, dipintori, elettricisti, idraulici, etc. stanno vivendo anni difficili e molti sono stati costretti a gettare la spugna. La crisi del settore e la caduta verticale dei consumi delle famiglie sono stati letali. Certo, molte altre professioni artigiane, soprattutto legate al mondo del design, del web, della comunicazione, si stanno imponendo. Purtroppo, le profonde trasformazioni in atto stanno cancellando molti mestieri che hanno caratterizzato la storia dell’artigianato e la vita di molti quartieri e città”.

Il settore artigiano più colpito dalla crisi è stato l’autotrasporto che negli ultimi 10 anni ha perso 22.847 imprese (-22,2%). Seguono le attività manifatturiere con una riduzione pari a 58.027 unità (- 16,3%) e l’edilizia che ha visto crollare il numero delle imprese di 94.330 unità (-16,2%). Sono in forte aumento, invece, imprese di pulizia, giardinaggio e servizi alle imprese (+43,2%), attività cinematografiche e produzione software (+24,6%) e magazzinaggio e corrieri (+12,3)

Tra le aziende del settore produttivo quelle più in difficoltà sono state quelle che producono macchinari (-36,1%), computer/elettronica (-33,8%) e i produttori di mezzi di trasporto (-31,8%).

 Vecchi mestieri in via di estinzione. La CGIA, infine, ha elencato 25 vecchi mestieri artigiani che negli ultimi decenni sono pressoché scomparsi dalle nostre città e nei paesi di campagna, o professioni che sono in via di estinzione a causa delle profonde trasformazioni tecnologiche che li hanno investiti.

Vecchi mestieri artigiani in via di estinzione: Arrotino (molatore o affilatore di lame), Barbiere (addetto al taglio dei capelli su uomo e alla rasatura della barba), Calzolaio (riparatore di suole, tacchi, borse e cinture), Casaro (addetto alla lavorazione, preparazione e conservazione dei latticini), Canestraio (produttore di canestri, ceste, panieri, etc.), Castrino (figura artigianale tipica del mondo mezzadrile con il compito di castrare gli animali), Ceraio (produttore di torce, lumini e candele con l’uso della cera), Cocciaio (produttore di piatti, ciotole e vasi), Cordaio (fabbricante di corde, funi e spaghi), Corniciaio, Fotografo, Guantaio (produttore e riparatore di guanti), Legatore (rilegatore di libri), Norcino (addetto alla macellazione del maiale e alla lavorazione delle carni), Materassaio (colui che confeziona o rinnova materassi, trapunte,· cuscini, etc.), Mugnaio (macinatore di grano e granaglie), Maniscalco (addetto alla ferratura dei cavalli, degli asini e dei muli), Ombrellaio (riparatore/rattoppatore di ombrelli rotti), Ricamatrice (decoratrice del tessuto con motivi ornamentali), Sarto/a (colui o colei che confeziona abiti maschili o femminili), Selciatore (addetto alla posa in opera di cubetti di porfido), Sellaio (produttore di selle per animali), Scopettaio (produttore di spazzole e scope), Scalpellino (colui che sgrossa e lavora la pietra o il marmo con lo scalpello), Seggiolaio (produttore o riparatore di seggiole impagliate).

L’analisi delle imprese artigiane per regione dimostra  che in  Emilia Romagna si registravano nel 2009 144.465 imprese artigi9ane attive, scese a 128.468 nel 2017 e a 126.818  nel 2018; la variazione è stata tra il 2017 e il 2018 di -1.650, pari al -1,3% e addirittura di -17.647 imprese, pari al -12,2% tra il 2019 e il 2009.

 

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