Un prontuario per «vazaha»

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Giulia Capotorto parla della sua esperienza in Madagascar

Al termine dell’esperienza missionaria della giovane Giulia Capotorto in Madagascar, ad Ampasimanjeva, in un piccolo villaggio nella foresta, ecco alcuni interrogativi su cui – a nome del Centro Missionario Diocesano in collaborazione con La Libertà – le è stato chiesto di riflettere, alla luce di ciò che ha vissuto e delle fatiche che ha dovuto affrontare.

Giulia, a volte ti sarà sembrato di non avere nulla in comune con i malgasci per la diversità culturale e sociale, e la paura che sorge è quella di rimanere in due realtà sparate. Come è possibile un incontro che sia uno scambio di modi di vivere, di pensare e di approcciarsi alla vita e al mondo, nel rispetto e nella stima reciproca, per imparare ad apprezzarli anche senza comprendere tutto, pur mettendosi nei loro panni?
Per me la soluzione è stata un po’ quella di partire da zero e lasciare da parte il nostro mondo, i nostri giudizi, le differenze, mettendosi alla pari e camminando al loro passo, vivendo come loro e imparando da loro, assumendo lo stesso stile di vita quotidiano. Vorresti prendere il loro modo di fare, capire le motivazioni dietro a certi comportamenti. Ti viene naturale quando sei là, se hai il desiderio di stare in mezzo alle persone e di non rimanere il vazaha [straniero, bianco] che sta in disparte, per cui rinunci a certe comodità senza nemmeno accorgertene. È così che ti fai simile a loro, inizi a parlare e a uscire allo scoperto, entri in relazione perché loro si accorgono dei tuoi sforzi, ti coinvolgono e si inizia a volersi più bene.

Come deve essere invece l’incontro con i migranti che vengono qui? Sembra fatichino a stare al nostro passo: abbiamo troppa frenesia, ritmi di esigenze e aspettative molto intensi, regole sociali a loro incomprensibili. Ti pare giusto che si adattino?
Io, quando sono andata in Madagascar, ho cercato di adattarmi al loro stile di vita. È chiaro però che l’ho scelto ed ero aiutata in questo, quindi la mia condizione era molto diversa dai migranti costretti a partire. Secondo me, chi ci tiene a cominciare la propria vita qui, un pochino è giusto che provi ad adattarsi. Il modo migliore per coinvolgerli credo sia quello di stare e parlare con loro, farsi raccontare, cercare di conoscersi, per dimostrare di essere interessati prima di tutto alla loro persona, mettendo da parte i nostri timori. A volte si rischia di non chiedere nemmeno di cosa hanno realmente bisogno.

Leggi tutto l’articolo di Lucia Braghiroli su La Libertà del 23 gennaio

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