Impressioni missionarie dal Madagascar

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Inno alla vita

Aleggiare sulla vita con leggerezza, come se l’oggi riempisse tutto l’orizzonte di senso, senza intrepida attesa o preoccupazione per il domani. Armarsi di santa pazienza e saper aspettare: l’attesa interminabile di un taxi-brousse (mezzo di trasporto pubblico) che non arriva mai e delle infinite ore trascorse in viaggio, quella dei lenti e lunghi gesti dei malgasci al lavoro nelle risaie, dei frutti raccolti uno per uno dagli alberi, dell’erba tagliata a mano con una falce, dei chilometri a piedi scalzi per andare a scuola alla mattina. Vivere la vita – ma anche la morte – come un continuum naturale di fasi che si abbracciano e si sciolgono senza troppa distinzione, intreccio in una danza fluttuante, tuttavia sconosciuta ai nostri corpi, alle nostre menti, ai nostri occhi di occidentali. È questo per me il Madagascar.

Il primo impatto con questo mondo è piuttosto violento: l’impressione è di essere un boomerang lanciato contro di esso, che collidendo con lo sconosciuto e il diverso per eccellenza rimbalza via, un po’ ferito forse sì, ma senza interazione o scambio reciproco. Perché qui è tutto tremendamente semplice, e si vive l’esperienza estrema e intensissima dei propri limiti: ci si scontra con le pareti ben salde dei propri schemi mentali, dei condizionamenti sociali, delle fatiche fisiche quotidiane. Tutto è in dubbio: ogni indiscutibile principio, ogni certezza, ogni sicurezza, ogni concetto – dignità, felicità, progresso… Tutto ti provoca nel profondo spingendoti alla ricerca dell’essenziale, abbandonando ogni tuo agio per la sete che senti del bello e del vero. Viene da chiedersi fin dove si è in grado di spingersi, fino a che punto si può arrivare, con le sole proprie forze, all’incontro con l’Altro. Saremo mai simili? E se c’è, dov’è il punto di contatto, lo spiraglio attraverso cui costruire un legame?
Da qui nascono il desiderio e lo sforzo di avere accesso a questo mondo cadenzato dalle stagioni e non dai minuti, in un fluire del tempo che va a braccetto con le fasi della natura, con la varietà di frutta che matura al momento giusto, con il ciclone che arriva, allaga tutto e ferma ogni cosa. Ecco allora la voglia di rallentare, di mettersi alla passo delle risaie che intervallano il cammino, dei carretti trainati a piedi, delle colline di ravinala che si susseguono instancabili tanto quanto i sorrisi dei bambini e i loro abbracci, rossi di terra, sporchi di vita.

Leggi l’articolo completo di Lucia Braghiroli su La Libertà del 16 gennaio

Pubblicato in Articoli, Slide, Vita diocesana

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