Il colore viola Gesù n’est pas Godot

Stampa articolo Stampa articolo

Stiamo vivendo il tempo di Avvento, che ci prepara al Santo Natale. Se, come si spera, vi è capitato di partecipare alla santa Messa, avrete notato che i paramenti liturgici indossati dal sacerdote sono di colore viola.
Probabilmente qualcuno avrà pensato, entrando sovrappensiero in chiesa, magari pure in ritardo, di trovarsi di fronte ad una Messa di suffragio. Sì perché generalmente, almeno in ambito liturgico, si tende ad associare più frequentemente il colore viola con le Messe di suffragio, il che non è in effetti sbagliato, mentre si dimentica che esso assume anche un altro significato.
Quindi non è un caso che il colore dei paramenti liturgici cambi, né ciò è legato alla disponibilità contingente, ovviamente, ma, come riporta il Messale romano, “ha lo scopo di esprimere, anche con mezzi esterni, la caratteristica particolare dei misteri della fede che vengono celebrati, e il senso della vita cristiana in cammino lungo il corso dell’anno liturgico”.
Dunque vi è un preciso significato dietro al colore scelto.

In particolare il colore viola si indossa nel tempo di Avvento, di Quaresima e si può usare anche nelle Messe per i defunti. Il colore viola richiama perciò non solo il lutto e la penitenza, ma anche l’attesa e la vigilanza. Gesù ci ricorda quanto è importante essere pronti, non farsi cogliere impreparati (Matteo 24, 42-44; Marco 13, 33-37; Luca 21, 34-36).
Se davvero riteniamo che l’incontro con Cristo dia senso al nostro vivere e al nostro agire, allora non possiamo trascurare di prepararci per questo momento.
Il Santo Natale ci ricorda che Gesù è nato, che viene ogni giorno verso di noi, che chiede di essere con noi. Ma, si sa, gli esseri umani tendono a dimenticare ciò che conta realmente, perciò servono dei promemoria, dei grandi post-it che ci rammentino il da farsi.
Il colore viola ci racconta l’attesa e la vigilanza, ma cristianamente intese.
Spesso infatti l’attesa viene erroneamente condita dall’ansia, che rovina il senso originario del termine, ovvero “tendere verso qualcosa”.
Quindi nell’attesa non c’è nulla di passivo, anzi, essa presuppone un movimento, una preparazione.

Gesù ci vuole dinamici, non inerti! Ecco perché in neurofisiologia VEGLIA indica lo stato della mente nel quale le impressioni vengono percepite dai sensi e controllate dal pensiero, nel quale perciò è possibile l’azione volontaria.
Si vive se si attende a qualcosa, ma ciò comporta una preparazione, un volontario predisporsi all’incontro e all’evento, altrimenti ci si consuma nell’aspettare, che diviene una condizione esistenziale squallida e sterile.

Continua a leggere l’articolo di Mariacristina Nasi su La Libertà del 19 dicembre

Pubblicato in Articoli, Società & Cultura

Lascia un commento