Perché i ragazzi non vengono più?

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In passato si è lavorato tanto per offrire luoghi accoglienti per i ragazzi, anche associazioni di vario genere e amministrazioni pubbliche si sono mosse in questa direzione. Penso in particolare alla Chiesa ricca di oratori, campi da calcio o per altri sport, saloni, cinema e chi più ne ha più ne metta. Abbiamo continuato ad andare avanti così per un po’ fino a quando ci siamo accorti che qualcosa non andava, c’era un calo della frequenza; in molti casi si è risposto costruendo altre cose nuove e investendo su professionisti che potessero abitare questi luoghi facendone anche una eccellenza nel campo dell’accoglienza delle giovani generazioni.
Eppure le strutture e le iniziative tardano a riempirsi, non corrispondono alle aspettative del mondo adulto che le aveva costruite e programmate.

Veniamo all’oggi: se apriamo gli occhi e vogliamo vedere, incontriamo ragazzi (medie e primi anni delle superiori) la cui vita è alla ricerca di un gruppo di amici dove abitare, perché è lì, nell’incontro con l’altro, che trovano se stessi. Desiderano vivere però in gruppi che hanno la peculiarità della spontaneità, ossia informali. Questa “novità”, non sempre colta nelle sue conseguenze che forse potevano essere previste, ha contribuito alla situazione che viviamo oggi, ossia di attività e luoghi pensati per gli adolescenti, ma da loro ormai poco abitati perché non più adatti ad accoglierne le ricerche, inoltre non sempre disposti a dare spazio per essere “colonizzati” da gruppi un po’ fuori dal nostro controllo.

Del resto l’appartenenza a un gruppo ha una forte importanza evolutiva, a cui corrisponde una grande ricerca di rispecchiamento e consenso; questo avviene sempre prima rispetto al passato. Inoltre, progredendo verso la pienezza dell’adolescenza, appare sempre più come un fenomeno sociale non trascurabile: la centralità del gruppo di amici, con gli aiuti e i rischi che si porta dietro.
Mi è già capitato in passato di parlare di come i ragazzi vivono un’appartenenza a due famiglie1 (in realtà tre), quella naturale e quella sociale (a cui si aggiunge quella virtuale). Del resto il nostro mondo organizza la vita dei ragazzi prevedendo che passino molto del loro tempo insieme ai loro coetanei; per loro diventa quindi normale confrontarsi con loro e prendere decisioni, interpretando insieme questo mondo. Gli adulti, con gli spazi pensati da loro, diventano qualcosa di secondario.

Continua a leggere l’articolo di Paolo Tondelli su La Libertà del 12 dicembre

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana

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