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Lettera alla nebbia

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Cara Nebbia,
mi sono finalmente deciso a scriverti. Era da un po’ che ci pensavo, ma non riuscivo a trovare il modo per iniziare.
“Pregiatissima Nebbia”, mi sembrava troppo affettato; “Distinta Signora Nebbia”, mi sembrava tropo ampolloso, troppo barocco; “Gentilissima Nebbia”, mi suonava falso, perché tutto sei meno che gentile.
Ho optato allora per un più vago e usuale “Cara Nebbia”.

Il termine “cara”, al di là del suo effettivo significato affettuoso, può sottendere anche semplicemente ad un legame di conoscenza e di appartenenza. Apparteniamo di certo entrambi alla pianura padana e ti conosco da una vita: questo mi ha indotto a scriverti e il motivo per il quale ti scrivo è che voglio dirti che non ti riconosco più.
Ci tenevo a fartelo sapere.
Sei cambiata, ultimamente, e non in meglio.
Una volta avevi una certa personalità e tanti modi di essere.

Da bambino abitavo in campagna, nella bassa, e ti ho conosciuto nella tua veste più pesante e greve: inglobavi i rari casolari e gli alberi, attutivi colori e suoni rendendoli indistinti e ovattati, ti attaccavi alle foglie rendendole pesanti aiutandole a cadere perché l’albero potesse affrontare meglio l’inverno.

Continua a leggere l’articolo di Franco Zanichelli su La Libertà del 5 dicembre

Pubblicato in Articoli, Società & Cultura

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