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Auguri in musica da don Ganapini

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Carissimi amici tutti – familiari, CMD, AMGA, La Libertà, Rtm, Servi della Chiesa, Rotary Club Parma Est eccetera eccetera – siamo già vicino al Natale, vicino pure alla fine dell’anno in corso e all’inizio del prossimo 2019. Non dimentico la solita lettera di ringraziamento: riconoscenza doverosa a chi mi ha sostenuto in vari modi: sostegno morale dell’amicizia e della simpatia, soprattutto se rafforzata dalla preghiera e anche dall’aiuto pure finanziario (mi perdonerete! Ne sapete i motivi…) eccetera… Senza questo insieme di solidarietà fattiva, generosa, verso i più poveri e spesso dimenticati, specialmente i bimbi della campagna, cosa avrei potuto fare aa solo? Niente! O molto poco.

Sono migliaia ormai i nostri cari bimbi che, in coro, vorrebbero farvi giungere un GRAZIE così forte che sorpassasse l’oceano ed arrivasse al vostro orecchio! Sì, certo! Ma c’è pure un’altra persona, vicinissima a noi e a loro, che un giorno, 2.000 anni fa circa, disse parole di altissimo significato e che nessuno potrà mai cancellare, perché parole di Dio fatto uomo, Gesù! Erano accorsi numerosi quei bimbi, sentendo che passava Gesù – forse lo Spirito glielo aveva ispirato -, mentre i grandi vicino a Gesù non li volevano tra i piedi, e Lui invece, indignato ne prese le difese e disse: “Lasciate che i bambini vengano a me… e prendendoli tra le braccia li beneceva…” (Mc 10,14-16). Poi ancora: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi fratelli più piccoli l’avete fatto a me” (Mt 25, 40); e infine: “Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché…” (Mt 25, 34).
Sono specialmente per voi dunque, carissimi, quelle parole: “Venite, benedetti dal Padre mio…”, perché avete dato loro il pane dell’istruzione eccetera… Sì, credo che il giorno del Giudizio finale (è quel Vangelo indicato sopra che ce lo dice) saranno proprio loro, a migliaia, i nostri difensori migliori.

Dato che questa è la lettera di fine d’anno, vorrei aggiungere solo poche parole, perché è sempre un po’ imbarazzante parlare dì sé; ma… sarò breve. In alcune lettere ho già manifestato il mio desiderio, pienamente condiviso dai Superiori (vescovi: Socche, Gilberto, Paolo, Adriano, Massimo), riguardante il luogo in cui seppellirmi, quando sarà ora. Soprattutto per i Malgasci è molto sentito il desiderio di aver vicino anche nella tomba chi è stato loro vicino nella vita. È notissimo il detto: “Velona, iray trano: maty, iray fasana” (Chi è stato vicino nella stessa casa, lo sarà pure nella stessa tomba). Dopo 57 anni da che ho condiviso con amore la vita dei miei poveri e cari malgasci, come potrei separarmi da loro nella tomba? Tanto più che, oltre il cimitero del clero malgascio (Ambohipo) c’è pure un angolino nel cimitero delle suore delle Case della Carità (Ambohipànja), presso cui sono ricoverato da 12 anni, cioè da quando, dopo l’operazione alla colonna vertebrale a Parma, dovetti, per ubbidienza al Vescovo della diocesi di Tananarive, monsignor Odon, lasciare l’ultima parrocchia, di cui mi occupavo da 32 anni.

Continua a leggere l’articolo di Pietro Ganapini su La Libertà del 5 dicembre

 

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