Camisasca alla Città: “Educare ancora”

Stampa articolo Stampa articolo

Pubblichiamo il Discorso alla Città pronunciato dal vescovo Massimo Camisasca nel Pontificale presieduto nella Basilica di San Prospero sabato 24 novembre 2018

(CLICCA QUI PER TUTTE LE FOTO DELLA CELEBRAZIONE)

 

Cari fratelli e sorelle,

ogni anno, in occasione della solennità di san Prospero, patrono di Reggio Emilia e della nostra Chiesa, dedico interamente questo mio discorso alla città e alla diocesi ad una tematica specifica che mi sembra essere particolarmente urgente e attuale per la vita di tutti noi, e che interpella la mia vita di uomo e di pastore. Ogni giorno visito istituzioni religiose e laiche, incontro molte persone sia in circostanze pubbliche che in colloqui privati, mi vengono sottoposti molti problemi da affrontare.

In tutte queste occasioni di dialogo si è ripresentata spesso una stessa domanda, che riguarda la difficoltà a costruire qualcosa che permanga sul piano sociale, della fede, e più in generale delle relazioni umane. Tutto ciò è legato a un sentimento di incertezza e paura riguardo al futuro. Molti sono i cambiamenti che, con estrema ed inaudita rapidità, stanno avvenendo sotto i nostri occhi.

Possiamo guardare al futuro con speranza e letizia? Qual è il nesso tra il nostro presente e il patrimonio del nostro passato, che è la nostra tradizione? A quali punti di riferimento appoggiarci in questo momento di profonde trasformazioni?

Credo che la grande questione implicita in tutti questi interrogativi sia il tema dell’educazione. La mia riflessione sarà dedicata proprio al tentativo di offrire alcune coordinate decisive che delineano il significato di questa parola.


I

Il contesto presente e il fenomeno educativo

 

Una “crisi” dell’educazione?

L’educazione è un compito appassionante, una sfida impegnativa e decisiva a cui tutti siamo chiamati. Educare significa condividere e trasmettere ciò che riteniamo essenziale, ciò che dà forma e senso alla nostra vita. Non c’è carità più grande di questa. Attraverso la consegna ad altri (e in particolar modo ai più piccoli) di ciò che riteniamo realmente prezioso, doniamo una parte di noi stessi e offriamo così una strada, quella che ci consente di essere liberi e felici. Certamente tutto ciò presuppone che noi a nostra volta abbiamo ricevuto da altri un tesoro prezioso che ha illuminato le nostre vite, e che lo abbiamo fatto nostro. Quali sono i pilastri sopra i quali abbiamo costruito l’edificio della nostra esistenza personale, famigliare e comunitaria? Per la comunità cristiana, il tesoro supremo non può che essere la fede. Tutto ciò che di buono e di bello riempie la nostra vita non può che essere visto in funzione di essa.

Oggi la famiglia e la scuola, istituzioni che hanno primariamente il compito di educare, appaiono fragili. Anche le nostre parrocchie e le varie comunità ecclesiali che animano la nostra diocesi s’imbattono spesso in difficoltà che le mettono a dura prova. Molti parlano di crisi dell’educazione. I giovani sembrano cambiati rispetto al passato e il mondo adulto si sente incapace di parlare alle nuove generazioni.

Certamente i giovani si trovano alle prese con sfide molte complesse. Pensiamo ad esempio al loro rapporto con le tecnologie e il mondo virtuale, che sempre più spesso li distrae dalla realtà e impedisce loro di assumersi delle responsabilità, di conoscersi pienamente e di instaurare rapporti umani duraturi. Le nuove tecnologie inoltre sono altamente pervasive: come imparare quindi ad usarle senza esserne totalmente condizionati? Sono interrogativi che forse non trovano ancora una risposta adeguata. Oppure pensiamo all’instabilità affettiva che caratterizza la vita di molti dei nostri ragazzi, al modo in cui essi vivono il riposo, lo svago e il divertimento; alla facilità con cui molti di essi purtroppo cadono schiavi di varie dipendenze, tra le quali la tremenda piaga della droga. Ma il cuore dei giovani è sempre lo stesso: essi desiderano la felicità, sanno riconoscere la bellezza che a volte fa la sua comparsa nella trama delle loro vite, intuiscono che deve esistere una risposta buona alle loro attese più profonde. Ma spesso dubitano di se stessi e delle loro forze: non sono certi di poter raggiungere il bene al quale aspirano. Inoltre, in tanti casi non hanno dei rapporti affidabili con coetanei o adulti, cui poter affidare se stessi.

Per quanto riguarda il mondo degli adulti, desidero sottolineare il fatto che il compito educativo li riguarda inesorabilmente: la fatica dell’educare non può essere mai risparmiata a nessuna società e a nessuna generazione. Lo ricordava dieci anni fa Benedetto XVI riflettendo sul “compito urgente dell’educazione”: mentre i progressi di tipo tecnico ed economico sembrano procedere secondo un meccanismo lineare, “nell’ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell’uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni. Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale”[1]. Sappiamo bene che le conquiste della nostra civiltà non possono essere dissociate dalla continua rigenerazione spirituale e morale dell’uomo, che si compie attraverso l’educazione. Mai come nella nostra epoca constatiamo che in questo campo non esiste alcun automatismo.

La difficoltà vissuta oggi dal mondo adulto rispetto al compito educativo non sta in un difetto di competenza o di tecnica. Essa piuttosto denuncia uno smarrimento sostanziale: non siamo più sicuri che vivere sia una cosa buona, non siamo più certi che l’esistenza abbia un senso e uno scopo.

Da qui proviene anche il dubbio che mina in profondità l’opera educativa: vale ancora la pena tramandare il nostro patrimonio culturale? Ha senso proporre ad altri un criterio per distinguere il bene dal male, il vero dal falso? Perché indicare ai più giovani un orizzonte desiderabile, un ideale grande come meta del loro cammino, quando stentiamo a riconoscerlo per noi stessi?

Non sembrano esserci più valide ragioni per educare. È questo il dramma della nostra epoca, che molto s’interroga sulle metodologie d’azione e di ricerca, che elabora strumenti sempre più precisi per misurare e calcolare, che si specializza in mille competenze settoriali, ma che si scopre paralizzata quanto al compito educativo, perché incapace di una visione d’insieme della realtà.

Non dobbiamo scoraggiarci. Ogni crisi infatti, pur essendo un travaglio, è anche un’opportunità. L’opportunità cioè di riconsiderare la condizione umana per ciò che essa è. Siamo chiamati a riprendere in considerazione i criteri del nostro agire e a domandarci il senso di ciò che facciamo, affinché il futuro sia migliore.

Pontificale 2018

Libertà e autorità

La “crisi” che stiamo attraversando fa tutt’uno con lo svuotarsi di senso delle categorie che abbiamo finora utilizzato per comprendere l’educazione. In particolare, nell’età moderna e contemporanea – e specialmente a partire dal Sessantotto – si è affermata la contrapposizione tra libertà ed autorità, concepite come ambiti contrapposti dell’esperienza, non comunicanti e inconciliabili.

La parola libertà è oggi una delle più usate e allo stesso tempo una delle più fraintese. Siamo liberi, si dice, quando il nostro volere e il nostro agire non incontrano vincoli. La libertà è così identificata con la spontaneità immediata e con l’assoluta indipendenza da appartenenze e legami. È concepita attraverso una negazione, come assenza di limitazioni. In questa prospettiva si giudica migliore l’educazione più “spontanea” o “naturale”, quella che meno governa, vincola o indirizza l’agire del giovane. Questa prospettiva si riflette anche nel modo in cui concepiamo l’identità personale: essa viene considerata come qualcosa di già dato, e non si pensa al fatto che abbia bisogno di crescere e di costruirsi nel tempo, passo dopo passo. L’educatore non dovrebbe quindi indirizzarla o darle forma, ma fare in modo che essa si esprima indefinitamente.

I rituali iniziatici delle civiltà arcaiche e le grandi storie che ancora si tramandano nella nostra cultura ci mostrano invece che lungo tutto il corso della storia umana l’atto dell’educare ha sempre risposto a una convinzione fondamentale: la spontaneità non è un valore assoluto, è necessario formarsi per “valere” e per diventare pienamente se stessi[2]. L’educazione, perciò, deve offrire una proposta al giovane, una meta desiderabile, la cui bontà e il cui valore giustifichino degli inevitabili sacrifici. Chi si lascia educare e accetta di crescere, deve infatti, ad un certo punto, prendere delle decisioni irreversibili, che definiscono in modo sempre più preciso e vincolante il suo volto. Diventare adulti inoltre significa imparare a dominare i propri impulsi e quindi rinunciare alla loro immediata gratificazione.

Si comprende così che la libertà non è totale indifferenza di scelta, ma capacità di riconoscere il vero bene e di aderirvi. Essa non può essere presupposta in un uomo giovane e immaturo, come se si trattasse di un dato già acquisito. La libertà ha bisogno di essere attivata e sollecitata, indirizzata e messa alla prova a partire da una proposta concreta.

Può sembrare un paradosso, ma l’educazione è il luogo in cui diventiamo liberi attraverso l’esperienza della dipendenza e dell’appartenenza. Nell’educazione, infatti, gli adulti si incaricano di introdurre il nuovo nato nel mondo rendendoglielo comprensibile, offrendogli le chiavi di lettura faticosamente elaborate nel tempo dalla comunità cui essi appartengono. Così facendo inseriscono il giovane in una storia, un’appartenenza più ampia che precede la sua vita. Nel processo educativo questa è la funzione dell’autorità.

Il fraintendimento di cosa sia la libertà comporta inevitabilmente il fraintendimento di cosa sia l’autorità. Il nostro tempo tende a considerare l’autorità come coercizione arbitraria, pretesa estrinseca e limitante, obiezione alla libera espressione del soggetto. E così, sempre più spesso, l’autorità viene cancellata e decostruita, espulsa dalla vita sociale e dall’educazione. Non a caso si parla sempre più spesso di “autoeducazione”.

Si tratta di una dinamica dalle implicazioni drammatiche. La possibilità che si faccia un uso distorto dell’autorità, storicamente verificatasi e rischio sempre presente, non significa che essa non sia necessaria per la nostra vita. Nessuno di noi può diventare se stesso da solo. Abbiamo bisogno di un’autorità, di un auctor (dal latino augēre), e cioè di qualcuno che, letteralmente, “ci faccia crescere”, “ci faccia rialzare”; di qualcuno che ci indichi una strada, un fine buono e luminoso da seguire.

L’autorità nell’educazione svolge precisamente questa funzione. Essa introduce il giovane in un’esperienza vissuta e offre una tradizione, cioè una prima ipotesi di significato, a partire dalla quale diventa possibile conferire valore e senso al mondo[3]. L’autorità ha anche il compito di lanciare nell’incontro con la realtà nella sua totalità. Essa introduce il giovane al rapporto con ciò che sta fuori di lui ed è altro da lui (il mondo; le norme morali; altri “tu” personali). Tutto ciò non può essere ricondotto ai desideri o ai sentimenti del soggetto e oppone in qualche modo resistenza ai suoi progetti. In questa dinamica di relazione col mondo chi si lascia educare diventa se stesso, prende coscienza di sé.

 

I caratteri dell’educazione

Che cos’è allora l’educazione? Cosa significa educare? “Gli educatori”, scrive Hannah Arendt, “rappresentano di fronte al giovane un mondo del quale devono dichiararsi responsabili anche se non l’hanno fatto loro, e anche se, in segreto o apertamente, lo desiderassero diverso. Questa responsabilità non è imposta d’arbitrio agli educatori: è implicita nel fatto che gli adulti introducono i giovani in un mondo che cambia di continuo. […] L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani. Nell’educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balia di se stessi, tanto da non strappargli di mano la loro occasione d’intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa d’imprevedibile per noi; e prepararli invece al compito di rinnovare un mondo che sarà comune a tutti”[4].

L’educazione prolunga e porta a compimento l’atto del “mettere al mondo”, iniziato con l’evento della nascita: un prolungamento di cui l’uomo ha necessità in ragione della sua “lunga infanzia” (significativamente più lunga di quella di qualsiasi altro essere animale) e della sua insufficiente “dotazione istintuale”, che da sola non gli basterebbe per affrontare la vita. L’essere umano infatti non cresce per semplice automatismo biologico. Appartiene alla nostra natura il bisogno di essere educati. La relazione educativa è a pieno titolo una relazione generativa, nella quale la nostra identità personale si costituisce.

Si tratta di una relazione asimmetrica: un percorso sostenuto dalla preoccupazione educativa dell’adulto, nel quale il “cucciolo d’uomo” diventa umano. Questo cammino si compie sempre dentro un orizzonte culturale che viene mediato al giovane dalle figure educative con le quali egli si rapporta. Come scrive Maria Teresa Moscato, la presenza dell’adulto è condizione essenziale della vita del bambino: “La compagnia dell’adulto è una mediazione attiva e selettiva, un dialogo fitto, una relazione affettiva. Di fatto il processo educativo si innesta solo quando, fra l’ambiente culturale denso dei suoi dolori e delle sue attese e l’infinito prodigio della nuova nascita, si colloca la presenza dell’adulto. Sono gli adulti significativi a mediare il complesso groviglio e l’astratta staticità di ciascuna cultura storica e a renderli concreti e significativi per la mente infantile. La presenza dell’adulto è la prima risposta all’indistinta speranza di vita del neonato: essa trasforma l’ambiente socio-storico in spazio vitale, lo qualifica in forza della sua intenzionalità educativa, determinando un’interazione concreta […]. Il genitore che “si prende cura” e “si fa carico” dell’immaturo, proprio in forza di questo, come in uno specchio sempre più chiaro, media e rivela al neonato la sua stessa vocazione umana, personale”[5].

L’esito di questo lungo cammino è il conseguimento, da parte dell’educando, di una soglia di autonomia e responsabilità personale, che lo rende titolare delle proprie scelte e del proprio agire, e che costituisce il fondamento della sua libertà. Questa dinamica si compie attraverso la progressiva corresponsabilizzazione del fanciullo nella relazione educativa ed esige una sua partecipazione intenzionale crescente.

Perché possa educare, all’adulto è richiesto continuamente di accettare e riconoscere il nuovo nato. Egli dovrà guidarlo al suo personale destino fuggendo la tentazione di plagiarlo, di disporne, di piegarlo alle proprie aspettative. A sua volta il giovane, nel corso del processo, dovrà accettare la fatica di crescere e di vivere con tutto il suo carico di sacrificio, di frustrazione, di dubbio e di rischio.

La fatica di crescere coincide con la fatica dell’essere educati, con la necessità di cambiare, di ricevere e di costruire un volto più preciso e meglio delineato. Si tratta di una vera e propria trasformazione di se stessi, che implica l’abbandono delle proprie convinzioni precedenti. Come una pietra grezza che si lasci scolpire: la mano dell’artista rimuove, leviga, smussa, asporta, pulisce… Ma poco alla volta crea bellezza. Se l’artista è dotato di talento e la pietra è malleabile, il risultato non potrà che essere un capolavoro.

I nostri giovani devono essere introdotti per via esperienziale ad una realtà più ampia di quella che loro possono immaginare e ad un patrimonio di valori che li precede. Attraverso delle relazioni è possibile crescere e vivere in pienezza. La vita non è mai un’impresa solitaria di auto-esaltazione dell’io.

 

II

I luoghi dell’educazione: la famiglia, la scuola e le realtà ecclesiali

 

Finora ho cercato di tratteggiare i caratteri generali dell’educazione. Vorrei a questo punto declinarli brevemente negli ambiti specifici della famiglia, della scuola e delle realtà ecclesiali.

Educare in famiglia

Nel corso del Novecento numerose correnti filosofiche e sociologiche hanno previsto ed auspicato la “morte della famiglia”. In particolare, dalla metà del secolo scorso, sull’onda di suggestioni freudiane e marxiane, la famiglia è stata interpretata come istituzione borghese oppressiva ed alienante, costruzione storica deputata a riprodurre e perpetuare ruoli e differenze sociali e, pertanto, destinata ad essere superata. Smascherata la sua natura coercitiva, si è detto, occorre disfarsene e abbandonare la dimensione amorosa e affettiva al “libero gioco” della soggettività[6].

La nostra epoca sembrerebbe costituire una visibile conferma in tal senso: l’istituzione familiare, sempre più fragile, ci appare così indebolita da farci pensare che il suo compito sia ormai esaurito. La famiglia si sta ritirando dal proprio compito educativo e sempre più lascia che altri soggetti (lo Stato, la scuola, realtà aggregative di vario tipo) se ne approprino con sempre maggiore discrezionalità. Spesso sono gli stessi genitori a delegare l’educazione dei propri figli a professionisti ed esperti (specialmente in ambiti sensibili come l’educazione affettiva o l’utilizzo dei social), a causa di un diffuso senso di inadeguatezza. Inoltre, non di rado, i media mostrano la famiglia come qualcosa di inadatto al compito educativo. L’educazione familiare infatti è accusata di essere non-scientifica, viziata da visioni del mondo superate, da retaggi tradizionali, da posizioni religiose ideologiche. In sintesi: arretrata rispetto alle esigenze della cittadinanza democratica che abita le società laiche.

La complessità del momento presente non deve però farci dimenticare il contributo educativo irrinunciabile e profondo che la famiglia di fatto dà, attraverso le dinamiche che in essa normalmente si svolgono. Deve piuttosto spingerci a riapprofondire tutto ciò, al fine di guadagnare una migliore comprensione di noi stessi.

In primo luogo occorre rilevare che oggi non è fragile tanto la famiglia in sé, quanto soprattutto la relazione di coppia che ne costituisce l’asse portante: relazione sempre più spesso concepita in termini emotivistici, funzionale all’autorealizzazione dei singoli “io” disuniti. Questa fragilità incide certamente sui processi educativi, ma non annulla i caratteri strutturanti l’educazione familiare, necessaria per la vita umana. L’unità vissuta tra marito e moglie, seppur fragile e a volte messa alla prova da difficoltà, è in ogni caso il luogo primario attraverso cui il figlio intuisce un possibile senso dell’esistenza, comprende che si può vivere e sacrificarsi per qualcosa di più grande di se stessi, che gli errori e le debolezze possono ostacolare il cammino, ma non impedirlo.

A margine di questo discorso, vorrei far riflettere sul fatto che il patto coniugale è una figura archetipica essenziale di ogni civiltà umana, ed esso colloca l’educazione al cuore della famiglia, fin dal suo sorgere. Lo specifico dell’unione coniugale, infatti, non si esaurisce nelle sue componenti affettive ed emotive (che pure vi sono ricomprese), ma consiste in un’adesione libera a una visione del mondo condivisa, che si struttura come impegno per il presente e il futuro, e include un giudizio sui compiti e sul significato dell’esistenza umana[7]. In tale spazio simbolico si radica il fine naturale del matrimonio, che già san Tommaso individuava nella generazione fisica e morale della prole: una “generazione umanizzante”, che non si esaurisce nella procreazione ma include le cure, l’allevamento, l’istruzione e la formazione del figlio, ed è finalizzata al discernimento etico[8].

La forza educativa della famiglia, quindi, non risiede nella competenza tecnica dei genitori e nemmeno nell’impossibile infallibilità degli adulti. Essa, piuttosto, è insita nelle relazioni che la costituiscono, nelle quali il padre e la madre conferiscono senso alle cose, accolgono il figlio accettandolo nella sua umanità irripetibile ed innestandolo contemporaneamente in una storia che lo precede. L’attribuzione del nome e di un cognome rende concreto questo duplice movimento di accoglienza. L’esperienza fondamentale che l’educazione familiare ci consegna è che la nostra umanità si realizza in un’appartenenza, in una relazione: per poter comprendere chi siamo abbiamo bisogno di sapere che siamo di qualcuno. Siamo in grado di dire “Io” solo dopo che qualcuno ci ha detto “Tu”: “Tu sei il mio figlio amato, è bene che Tu esista”. Questa è la parola fondamentale, capace di avviare il processo educativo e di spingere alla conquista della propria identità.

Lo sguardo buono che sperimentiamo nella famiglia è segno dello sguardo buono di Dio sulla nostra vita: ci aiuta ad entrare nella realtà confidando che il mondo, nonostante tutto il suo carico di imperfezione, sia un luogo ospitale.

Tutto ciò è dimostrato indirettamente anche dal dolore di chi si scopre figlio non desiderato o dalla fatica di chi si percepisce “deludente” rispetto alle aspettative del genitore. La psicologia ha parlato a tal proposito di processi di identificazione, per i quali il figlio “porta dentro di sé” le figure genitoriali, come embrioni e pilastri della propria identità personale. Essi costituiscono per lui una prima e concreta risposta alla domanda su di sé, sul senso della vita. Durante la crescita il bambino, sempre più coscientemente, interrogherà l’umanità dei propri genitori al fine di comprendere la propria. Si tratta di un’interrogazione che assume una forma particolarmente acuta nell’età dell’adolescenza, ma che è presente in lui fin dall’inizio.

È sempre nella famiglia che, come per osmosi, un bambino scopre la possibilità di una socialità umana positiva, che si esprime nella cura dell’altro e nella solidarietà tra diverse generazioni e tra i due differenti sessi. Nella trama complessa della relazione educativa in famiglia è davvero riassunta tutta l’esperienza umana col suo carico di gioie e di dolori, di letizia e di fatiche, di colpa, di peccato e di perdono. Tutto può trovare senso se inserito in un orizzonte più ampio, un significato buono per la vita che i genitori non devono smettere di cercare innanzitutto per se stessi. I nostri figli e nipoti ci osservano per comprendere quale sia la speranza che ci guida, quale il bene verso cui tendiamo, se siamo pronti a dare la vita per qualcosa.

Vorrei ricordare un ultimo elemento costitutivo dell’educazione familiare. Ogni atto educativo, ogni decisione circa il tempo e i modi dello stare con il coniuge e i figli, qualsiasi atto di correzione e di incoraggiamento, devono riconoscere un dato originario, che è il vero banco di prova del genitore: i nostri figli non sono nostri, mai! Non lo sono quando nascono, non lo sono quando crescono. Essi ci sono affidati come dono sorprendente e imprevedibile. Accogliere una nuova vita e farsene carico significa fare spazio al Mistero dal quale tutti proveniamo. La dipendenza totale del figlio è per noi specchio della nostra. Il suo bisogno riflette il nostro. Egli ci ricorda che non siamo autosufficienti, che non siamo i padroni della vita nostra né di quella altrui; che abbiamo bisogno continuamente di rimetterci alla sequela di maestri e testimoni che ci aiutino a non perdere la strada.

Sono certo del fatto che il motivo principale della nostra fatica educativa sia la dimenticanza di Dio. O forse sarebbe meglio dire: il nostro tentativo di estrometterlo dall’esperienza e dal nostro orizzonte. Pensiamo che Dio sia lontano, assente, indifferente alle nostre fatiche. Ma Dio è la sorgente che ci ridona ogni giorno i nostri figli, creature sempre nuove, meraviglie da custodire delicatamente, di cui lui solo conosce la vera grandezza nascosta. I genitori devono accompagnare il tempo della fioritura con discrezione, con l’ammirato stupore di chi ama, ma non possiede. Se Dio non esiste, il figlio è solamente il frutto di un desiderio, un diritto da ottenere, un’espressione di chi lo genera, una proprietà. Ma è evidente che non possiamo accettare di considerare i nostri figli in questo modo!

Dio si è fatto uomo e ha scelto di nascere e vivere in una famiglia, nella quale ha trascorso trent’anni. È cresciuto come figlio, si è lasciato educare da Maria e Giuseppe, ha scoperto e compreso la propria vocazione. Una famiglia, a Nazareth, ha custodito il mistero dell’Uomo-Dio[9]. E la famiglia, per scelta di Dio, custodisce il mistero del nostro essere uomini, il segreto della nostra esistenza. L’amore che in essa si dilata, diventando fecondo e umanizzante, rispecchia, pur nella sua finitezza, l’amore e la fedeltà eterna di Dio alla quale sempre possiamo attingere[10].

 

Educare nella scuola

Un altro ambito dell’educazione che ritengo fondamentale è la scuola. Penso che la mia riflessione su questo tema non interessi solamente gli insegnanti. Infatti ciascuno di noi ha frequentato almeno un corso di studi e tutti avvertiamo una responsabilità verso ciò che i nostri figli e le generazioni future incontreranno nelle aule scolastiche.

Scrive Hannah Arendt: “L’insegnante si qualifica per conoscere il mondo e per essere in grado di istruire altri in proposito, mentre è autorevole in quanto, di quel mondo, si assume la responsabilità. Di fronte al fanciullo è una sorta di rappresentante di tutti i cittadini adulti della terra, che indica i particolari dicendo: ecco il nostro mondo”[11]. Nella scuola il giovane viene introdotto a un patrimonio culturale formalizzato e articolato in discipline, programmi e contenuti. Ciò che viene insegnato e si impara a scuola, quindi, è una porzione del sapere umano ritenuta degna di essere custodita e tramandata ai fini della continuazione e della rigenerazione della società. Ciò significa che a quel sapere si è riconosciuto non tanto un’utilità immediata, quanto soprattutto un potere umanizzante.

Su questo vorrei brevemente soffermarmi: nell’insegnamento la relazione educativa passa in primo luogo attraverso le discipline. L’insegnante, etimologicamente, è colui che in-signa, che getta un seme nella vita e nell’esperienza del ragazzo. La proposta di un oggetto didattico, quindi, non si esaurisce mai nella presentazione o nella riproduzione di contenuti da apprendere. Un problema di matematica, una poesia, un testo filosofico, una traduzione, non sono mai fini a se stessi e non devono rivestire un interesse di tipo antiquario. Si tratta invece di porte di accesso ad un aspetto della realtà. Certamente nessuna disciplina esaurisce il reale, ma ciascuna ci offre la possibilità di entrare in esso a partire da una particolare prospettiva. Attraverso lo specifico di una materia, lo studente viene introdotto alla realtà totale e ne scopre la vastità e la complessità[12]. L’avventura della conoscenza è la scoperta delle cose del mondo nel loro fondo di mistero, cioè nella loro inesauribilità: non finiremo mai di scoprire la realtà, che è sempre più ampia delle nostre categorie. Questo è per noi il segno di una totalità che non padroneggiamo, di un “fondamento ultimo” che sempre si annuncia e sempre sfugge al nostro pieno possesso, e riapre in questo modo la nostra sete di ricerca.

Insegnare e imparare implicano il coinvolgimento di tutta la persona. Negli ultimi decenni lo si è talvolta dimenticato. Il “pensiero debole” ha eroso progressivamente la certezza che esista la verità e che valga la pena faticare per conoscerla. Si è scelto così di enfatizzare l’aspetto “istruttivo” della scuola. Nell’immaginario condiviso e nella produzione legislativa l’insegnamento è stato così gradualmente assimilato alla promozione di conoscenze e competenze immediatamente spendibili (ad esempio per rendere le persone più competitive nel mercato del lavoro). La dimensione educativa è stata connessa soprattutto alla condotta o alle “competenze di cittadinanza”, è stata delegata a tante “educazioni settoriali” (alla convivenza civile, all’affettività, alla salute…), spesso affidate a tecnici o a esperti. È come se avessimo separato la conoscenza dalla moralità e dall’affettività, lo studio dalla vita. Non a caso una delle difficoltà principali segnalate oggi dagli insegnanti è la scarsa motivazione nei ragazzi, la generalizzata mancanza di interesse, la preoccupazione quasi esclusiva per il voto.

L’essere umano è uno, la nostra vita è una: uno studente ha bisogno di scoprire come un particolare argomento o materia interpelli la totalità della sua esistenza. Abbiamo bisogno di scoprire quali domande ci consegnano la letteratura, la scienza, l’arte, la storia, la filosofia, la matematica, la musica. Abbiamo fame di intuizioni, di direzioni di lavoro, di ipotesi di significato che l’operato di generazioni e generazioni di uomini ha fatto giungere fino a noi. L’impegno conoscitivo è per ogni uomo la strada per scoprire la propria appartenenza e allo stesso tempo un’apertura trascendente: siamo inseriti in una storia, il mondo non nasce e non finisce con noi.

Affinché questa dinamica possa compiersi, il docente deve esservi coinvolto totalmente: le domande con cui sfida i suoi alunni devono essere le sue; sua la sete di bellezza e di vita; sua la lotta per la fatica di conoscere. Insegna chi risveglia una domanda nell’altro, vivendo fino in fondo la propria. Il dramma della nostra epoca è forse proprio questo: abbiamo costruito per i nostri giovani un mondo di soluzioni e di risposte parziali, che censurano ampie porzioni di vita e di realtà. Offriamo risposte a domande che non vengono più poste e, così facendo, abbiamo abbandonato i nostri giovani e i nostri figli a se stessi.

“Non avere maestro”, annota María Zambrano, “è come non avere a chi domandare e, ancora più profondamente, non avere colui davanti al quale domandare a se stessi, il che (significherebbe) restare chiusi all’interno del labirinto primario che in origine è la mente di ogni uomo; restare rinchiuso come il Minotauro, traboccante d’impeto senza via d’uscita”[13]. Educare i giovani nella scuola significa ri-suscitare il loro desiderio di conoscere, di pensare, di giudicare; aiutarli a recuperare un rapporto oggettivo col reale in un’epoca che ruota attorno ai sentimenti, al “mi piace” e all’impeto del momento[14]. Se chiediamo loro la fatica di uscire da sé e di misurarsi con lo studio, di rispettare regole grammaticali, matematiche o argomentative, che esigono una disciplina della mente e delle energie, è perché possano ritrovarsi[15]. E gli alunni devono poter percepire prima, durante e dopo l’apprendimento che l’orizzonte ampio entro cui il loro lavoro si colloca è proprio la scoperta progressiva e sempre nuova di se stessi.

 

Educare nelle parrocchie e nelle comunità ecclesiali

I significativi mutamenti che caratterizzano la nostra epoca condizionano anche la realtà delle nostre parrocchie e comunità: il progressivo cambiamento del tessuto socioculturale; l’aumento del numero dei non battezzati e dei non praticanti; il calo delle vocazioni al sacerdozio; l’istituzione delle unità pastorali. Di fronte a queste sfide potrebbe accaderci di cogliere solo gli aspetti di difficoltà, abbandonandoci a un rimpianto nostalgico del passato. Oppure potremmo essere tentati di far dipendere tutto da noi, dai nostri progetti e strategie: ci illudiamo che il nostro impegno possa risolvere tutti i problemi. Tutte queste posizioni sono parziali: occorre un ribaltamento di prospettiva.

Per comprendere meglio il significato e lo scopo dell’opera educativa nelle nostre comunità parrocchiali, desidero offrirvi un testo che mi sembra essere molto significativo, tratto dal Diario di un curato di campagna di George Bernanos. “Voglio definirti un popolo cristiano definendo il suo opposto. Il contrario di un popolo cristiano è un popolo triste, un popolo di vecchi. Mi dirai che la definizione non è troppo teologica. D’accordo. Ma ha di che far riflettere le persone che sbadigliano alla Messa della domenica. Certo che sbadigliano! Non vorrai che in una misera mezz’ora per settimana la Chiesa possa insegnar loro la gioia! […] È dal sentimento della propria impotenza che il fanciullo trae umilmente il principio della sua stessa gioia. Si rifugia in sua madre, capisci? Presente, passato, avvenire, tutta la sua vita, la vita intera, è compresa in uno sguardo; e questo sguardo è un sorriso. Ebbene, ragazzo mio, se avessero lasciato fare a noialtri, la Chiesa avrebbe dato agli uomini questa specie di suprema sicurezza. Rifletti che ognuno avrebbe avuto ugualmente la sua parte di seccature: la fame, la sete, la povertà, la gelosia… […] Ma l’uomo avrebbe saputo che è figlio di Dio, ecco il miracolo! Avrebbe vissuto, sarebbe morto con quest’idea nella capocchia. […] Io porto la gioia. Ve la darei per niente, se me la domandaste. La Chiesa dispone della gioia, di tutta la parte di gioia riservata a questo triste mondo”[16].

La nostra “suprema sicurezza”, di cui parla Bernanos, sta nella scoperta di uno sguardo che abbraccia interamente la nostra vita, donandoci quel significato unitario che è capace di tenere assieme ogni singolo momento di essa. Esso si presenta a noi non come un concetto astratto, ma come una voce che ci viene incontro dal di dentro dei fatti e delle circostanze, chiamandoci a diventare sempre più noi stessi e a realizzare il fine per cui siamo stati creati. Il senso della nostra vita coincide con la nostra libera adesione a questa chiamata. È questo il segreto della gioia, che la Chiesa custodisce: il mistero della personale vocazione di ciascuno.

La vita delle nostre comunità ecclesiali e delle nostre parrocchia offre giustamente e generosamente tante proposte e attività. Qual è il criterio attraverso cui dobbiamo imparare a leggere tutto ciò che facciamo e viviamo? Come giudicare l’efficacia del nostro sforzo educativo?

L’iniziazione cristiana e la catechesi, i campi-scuola e l’oratorio, le realtà associative e le esperienze di caritativa, non possono essere fine a se stesse, ma sono chiamate a diventare uno strumento attraverso cui i più giovani possano imparare a rispondere a Dio che chiama. Tutto ciò accade soltanto nell’incontro con la Persona di Gesù, vivo e presente tra noi.

La cultura contemporanea ha progressivamente relegato l’avvenimento di Cristo a semplice riverbero intimistico, a memoria storica, ad accadimento del passato o, ancora, a repertorio di esempi e insegnamenti etici. Queste letture del cristianesimo riducono l’esperienza cristiana a pratica sentimentale, a ritualismo vuoto, a impegno sociale o rivoluzionario totalmente mondano[17]. Ma Dio è una Persona vivente e contemporanea a noi, che si relaziona a ciascuno chiamandolo per nome.

Il valore del nostro operato, nelle comunità parrocchiali e nelle realtà ecclesiali in genere, non si giudica in base alla quantità di iniziative e proposte, e nemmeno dalla loro riuscita o dai numeri di persone che vi partecipano. Nemmeno dalla capacità di rispondere ai bisogni del territorio. Tutte queste dimensioni hanno a che fare con la vita della Chiesa, ma non ne descrivono il cuore più profondo. Al centro di tutto sta la concreta Presenza di Cristo e la Sua libertà. Il nostro agire quindi deve concepirsi come risposta alla Sua iniziativa, e non come nostro tentativo di fare qualcosa per Lui. All’inizio sta lo Spirito di Gesù che chiama ed opera, non la nostra volontà.

Come ho già detto in precedenza, può introdurre a un’esperienza ecclesiale vera solamente chi sia già coinvolto in essa. Possiamo accendere in altri unicamente le domande con le quali noi stessi ci siamo impegnati e confrontati; possiamo proporre credibilmente solo l’orizzonte di risposta per il quale noi per primi siamo disposti a scommettere la vita. C’è bisogno di adulti desiderosi di rischiarsi in una proposta chiara, alta e bella, da consegnare alla libertà di ognuno: adulti trasformati dall’incontro con Cristo (sacerdoti, catechisti, educatori), che suscitino nei più giovani il desiderio di essere incorporati nella stessa dinamica. “La Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione[18]. Questo è l’unico dinamismo attraverso cui l’esperienza cristiana può accadere e comunicarsi, il medesimo che ha definito la sequela dei primi discepoli.

Leggiamo infatti nella prima pagina del Vangelo di Giovanni: Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì – che significa maestro – dove abiti?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui. Erano circa le quattro del pomeriggio (Gv 1,35-39).

La semplice indicazione del Battista, resa autorevole dalla sua totale implicazione con l’annuncio di cui egli era testimone, ha provocato e sostenuto Andrea e Giovanni nel riconoscimento dell’eccezionalità di Cristo. Essi hanno così intravisto in quell’uomo la pienezza a lungo cercata, hanno avvertito la sua attrattiva. E hanno iniziato a seguirlo.

Voglio sottolinearlo di nuovo: questo è il metodo dell’esperienza cristiana, ed esso giunge fino a noi oggi. Non possiamo comunicare la fede nelle varie comunità ecclesiali in cui ci implichiamo, se non ci facciamo continuamente discepoli, mendicanti della Presenza di Cristo. Nello stesso tempo occorre che accettiamo di coinvolgerci personalmente con le vite dei nostri bambini e giovani. Nella realtà parrocchiale, “comunità di comunità”[19], e così anche nei movimenti laicali, tale rapporto personale si gioca in una dimensione ampia: non solo a motivo della pluralità delle persone coinvolte e delle esperienze condivise, ma anche in quanto la proposta cristiana non è mai disincarnata, non è riducibile al nostro parlare o fare. Essa pretende di permeare tutta la nostra esistenza quotidiana e tutte le nostre relazioni. L’appartenenza a una stessa comunità e la condivisione della vita nella sua concretezza (con il suo inevitabile carico di imperfezione e di limite) ci preserva dalle tentazioni dello spiritualismo, dell’autocompiacimento e dell’astrattezza.

A conclusione di queste mie riflessioni sulla vita delle realtà ecclesiali, vorrei richiamare un passo della Lettera pastorale “Vieni e vedrai” che due anni fa ho dedicato al tema della vocazione: “L’avventura che abbiamo descritto consiste innanzitutto nell’aiutare i ragazzi a scoprire il senso religioso nella propria vita. In ogni incontro, in ogni persona, in ogni cosa possiamo vivere un’apertura verso l’Infinito, verso quel volto e quella voce da cui vengono il mondo e la storia. In questo modo, accenderemo nei nostri interlocutori quello stupore e quello sguardo che sanno riconoscere dietro le cose la Presenza che chiama. La Presenza che si fa strada attraverso i desideri che lei stessa ha posto nel nostro cuore, attraverso tanti incontri, attraverso i bisogni della gente e della Chiesa. Fondamentale, ancora una volta, è la presenza di adulti che aiutino i ragazzi a scoprire l’unità della loro vita. È necessaria un’autorità esterna a sé con cui guardare alla propria esistenza, affrancandosi dalla volubilità dei propri stati d’animo. Anche l’oggettività della liturgia e dei sacramenti aiuterà i giovani in un tale cammino. La vita ordinaria acquista così una straordinarietà che non deriva dalla grandezza delle cose che accadono o si fanno, ma da Colui che abita le nostre ore. In tutto questo percorso, l’accompagnamento personale deve sempre introdurre alla proposta di una vita comunitaria, aiutando la persona a scoprire i tratti permanenti dell’esperienza cristiana, che potrà vivere e ritrovare in qualunque comunità” [20].

Questa, in sintesi, la radice ultima cui è chiamato a convertirsi il nostro impegno: un’appassionata riscoperta del fondamento stabile della nostra vita personale e comunitaria, dal quale tutto ha origine e può continuamente rinascere. Questo fondamento è l’incontro con Cristo. E l’avventura della conoscenza di Lui è senza fine: sempre possiamo tornare a Lui e sempre possiamo scoprire un tratto nuovo del suo volto, che è un mistero inesauribile. Il nostro rapporto con Cristo trova il suo culmine nell’Eucaristia e nella celebrazione comunitaria dei Sacramenti. Esso esige uomini e donne tenaci nella domanda, nel cammino, nella sequela.


 

Conclusione

Appartenenza e speranza

 

Nell’educazione sono coinvolte due responsabilità: quella della generazione adulta, che deve stabilire se e che cosa consegnare in eredità ai propri figli; e quella della generazione giovane, che con crescente consapevolezza deve scegliere se e in quale misura appropriarsi di tale eredità. L’avventura educativa ha bisogno di uomini innamorati e capaci di far innamorare gli altri. Per educare e per accettare la fatica di crescere occorrono passione per la vita e fiducia in un destino buono, che possa offrire un’ipotesi di significato anche davanti allo scandalo del male e del limite[1]. Sì, perché l’esperienza dell’educare e dell’essere educati è innanzitutto esperienza del limite: del limite nostro, dei nostri progetti e delle nostre azioni; del limite che ci è dato dalla storia nella quale nasciamo, dal mondo materiale e simbolico che abitiamo; del limite che può diventare la presenza dell’altro, sempre irriducibile alle nostre pretese. Da tutti questi legami vorremmo talvolta poterci liberare, affidandoci al nostro ingegno, ponendo noi stessi come fine e significato del mondo. Ma quando ciò accade, quando cioè l’io si svincola dal noi di una comunità e rifiuta di essere generato, non può che restare solo, e quindi chiudersi e smarrirsi.

Affermare l’importanza dell’educazione significa affermare il bisogno per ogni persona di sperimentare un’appartenenza positiva a una ricchezza e a un mondo che gli vengono donati. La storia e la tradizione di chi ci precede non sono una zavorra, ma una preziosa riserva per poterci spingere più lontano di quanto potremmo fare con le sole nostre forze. Pertanto, solo un’educazione che non sia disincarnata e astratta può generare una persona libera, in grado di esprimere la sua originalità costruttiva nel mondo, portatrice, a sua volta, di valori da consegnare a ogni uomo che accetterà la sfida dell’esistenza.

La vita di ogni uomo e di ogni donna è vocazione: siamo nati perché qualcuno ci ha voluto e continuiamo ad esistere perché qualcuno ci vuole. Anche lo scopo della nostra vita è vocazione: non siamo noi a decidere la strada della nostra felicità e la forma del nostro contributo alla storia del mondo. In che cosa consiste la mia vocazione personale? In quale direzione va la mia vita? Per rispondere a queste domande, radicali ed ineludibili, ciascuno ha bisogno di essere accompagnato. Non può farcela da solo. L’educazione è l’avventura comune della scoperta della propria vocazione personale.

Desidero concludere queste mie riflessioni aggiungendo un’ultima parola di fondamentale importanza: speranza. Essa infatti è il motore segreto dell’educazione. Solo chi guarda al futuro con speranza può vivere costruttivamente il presente. Solo chi scopre nel proprio presente il fondamento della propria speranza può guardare con letizia e libertà a ciò deve ancora venire.

Dobbiamo pertanto riscoprire su quale roccia poggiano i piedi della nostra speranza. Essa non è una semplice predisposizione all’ottimismo, ma nasce dal riconoscimento che la vita è più forte della morte, che non c’è deserto che non possa tornare a fiorire, che ogni sacrificio porta in sé la promessa di una nascita. Educare è insegnare a sperare. È necessario pertanto riscoprire la presenza Dio, che è la presenza più laica che esista – come ho avuto modo di dire in tante occasioni. Egli è Padre e ci assicura che la nostra vita non è un inganno, ma ha un destino buono; che la morte non è la parola definitiva sull’esistenza, che il futuro è un bagliore aurorale, non ancora del tutto visto, ma che già ora rischiara l’orizzonte, anche l’oscurità enigmatica del momento presente.

Ogni atto di educazione è dunque abituare gli occhi degli uomini alla luce, è una luce che si accende nel mondo.

***

Affidiamo al nostro patrono san Prospero e alla Vergine della Ghiara i nostri figli, i nostri giovani, le nostre famiglie, tutte le istituzioni educative, le parrocchie e le varie realtà ecclesiali, ciascuno di noi. Siamo tutti parte, in qualità di educatori o di figli, del grande dinamismo che è l’educazione.

 

[1] Cfr. E. Erikson, Infanzia e società (1963²), Armando, Roma 1966.

[1] Benedetto XVI, Lettera alla diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione, 21 gennaio 2008. Si tratta di considerazioni che Benedetto XVI aveva già proposto nell’enciclica Spe salvi del 30 novembre 2007, n. 24.

[2] Cfr. M. T. Moscato, Preadolescenti a scuola, Mondadori Università, Milano 2013.

[3] La definizione di educazione come “introduzione alla realtà totale” è stata resa celebre da don Luigi Giussani. Cfr. L. Giussani, Il rischio educativo (1977); Id., Il rischio educativo: come creazione di personalità e di storia, SEI, Torino 1995. Giussani prende quest’espressione da J. A. Jungmann, Christus als Mittelpunkt religiöser Erziehung, Herder Verlag 1939. Traduzione italiana: Cristo come punto centrale dell’educazione religiosa, Marietti, Genova-Milano 2012.

[4] H. Arendt, Tra passato e futuro, Garzanti, Milano 1991, pp. 246-247; p. 255.

[5] M. T. Moscato, Il viaggio come metafora pedagogica, La Scuola, Brescia 1994, pp. 154-155.

[6] Penso soprattutto alla Scuola di Francoforte e in particolare agli scritti di H. Marcuse, Eros e civiltà, Einaudi, Torino 1974. Emblematico è poi il testo programmatico di uno dei più celebri esponenti del movimento antipsichiatrico: cfr. D. Cooper, La morte della famiglia. Il nucleo familiare nella società capitalistica, Einaudi, Torino 1972.

[7] Cfr. G. Corallo, I problemi teoretici dell’educazione nella famiglia, in Aa. Vv., Famiglia ed educazione, Brescia, La Scuola 1963, pp. 37-72; 248-270; M. T. Moscato, Famiglia ed educazione, in M. Caputo, M. T. Moscato, Le radici familiari del processo educativo, Unicopli, Milano 2006, pp. 43-114.

[8] “Infatti la natura non mira soltanto alla generazione della prole, ma anche al suo sostentamento e alla sua educazione fino alla maturità perfetta dell’uomo in quanto uomo, cioè alla formazione nella virtù. Cosicché, a detta del Filosofo, dai genitori riceviamo tre cose, e cioè: l’essere, il nutrimento, e l’educazione. Ora, il figlio non potrebbe essere educato ed istruito, se non avesse genitori ben noti e determinati. E questo non avverrebbe, se non ci fosse un legame stabile dell’uomo con la donna. […] La natura non mira solo all’esistenza della prole, ma alla sua perfetta esistenza. E per casa si esige il matrimonio”: Tommaso D’Aquino, Summa Theologiae, III, q. 41, art. 1, c.

[9] Cfr. Francesco, Udienza generale del 17 dicembre 2014.

[10] Cfr. Giovanni Paolo II, Uomo e donna lo creò. Catechesi sull’amore umano, Città Nuova-LEV, Roma 1985.

[11] H. Arendt, Tra passato e futuro, cit., p. 247.

[12] “Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E noi non abbiamo diritto di aver paura della realtà!”. Papa Francesco, Discorso al mondo della scuola italiana, 10 maggio 2014.

[13] M. Zambrano, Per l’amore e per la libertà. Scritti sulla filosofia e sull’educazione, Marietti, Genova-Milano 2008, pp. 118-119.

[14] “Amo la scuola perché ci educa al vero, al bene e al bello. Vanno insieme tutti e tre. L’educazione non può essere neutra. […] La vera educazione ci fa amare la vita, ci apre alla pienezza della vita!”. Francesco, Discorso al mondo della scuola italiana, cit.

[15] Su questo tema cfr. la riflessione di F. X. Bellamy, I diseredati. Ovvero l’urgenza di trasmettere (2014), Itaca, Castelbolognese 2016.

[16] G. Bernanos (1936), Diario di un curato di campagna, Mondadori, Milano 1988, pp. 17-19.

[17] Cfr. J. Ratzinger (2000), “Introduzione al cristianesimo”, ieri, oggi, domani. Saggio introduttivo alla nuova edizione 2000, in Id., Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul Simbolo apostolico, Queriniana, Brescia 2005¹³, pp. 7-27.

[18] Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, 24 novembre 2013, n. 14. Papa Francesco svolge la sua riflessione su questo tema confrontandosi con un brano tratto da un’omelia di Benedetto XVI: “La Chiesa si sente discepola e missionaria di questo Amore: missionaria solo in quanto discepola, cioè capace di lasciarsi sempre attrarre con rinnovato stupore da Dio, che ci ha amati e ci ama per primo (cfr 1 Gv 4,10). La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione”. Cfr. Benedetto XVI, Omelia nel Santuario di Nostra Signora Aparecida (Brasile), 13 maggio 2007.

[19] Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, cit., n. 28.

[20] M. Camisasca, Vieni e vedrai. I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Lettera pastorale, Reggio Emilia, 4 novembre 2016, pp. 65-66.

Pubblicato in Articoli, Slide, Vita diocesana

Lascia un commento