Tutti i colori di Ermanno Canuti

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Da dove comincio. Quale vocabolario contiene tutte le parole che mi servono. Sono alla mia scrivania, di fronte c’è la poltroncina dove Ermanno si sedeva quando mi veniva a trovare. Qui stava bene, ci legava un’amicizia grande, si parlava di tutto. Spesso non mi sentivo all’altezza della conversazione. Credo che capitasse a molti, non certo ai saccenti presuntuosi, che peraltro non aveva peli sulla lingua nel demolire. Perché Ermanno aveva sempre gli argomenti per stregarti: originali, appassionati, su ogni tema. Ti toccava rispettarlo anche se eri di opinione diversa. Perché non si è mai stancato di conoscere, di imparare, di riflettere, di valutare, di formarsi delle opinioni.

Opinioni proprie, profonde, motivate e mai sull’onda del pensiero uniformato. Questo perché ne aveva i mezzi. Grazie al suo intelletto maturo, ricercato, alla limpidezza con la quale sapeva analizzare, alla maturità sedimentata durante tanta vita. Che si parlasse della guerra, di politica, della gioventù, di storia, di arte, della società, del passato, del futuro. Perché osservava. Perché pensava sempre, la sigaretta sottile tra le dita, nella sua bottega di barbiere, seduto sulla poltroncina rivolta verso la vetrata dove aveva visto passare negli anni tanta umanità. Dove vedeva il mondo trasformarsi fino a diventare irriconoscibile, i giovani diventare vecchi, i nuovi giovani così diversi, così lontani da quella che era stata la sua adolescenza.

Già ometto a sette anni, in tempo di guerra, già responsabile della sua vita, già piccolo lavoratore mentre ancora frequentava le elementari. Raccontava che da bambino correva sempre, non sapeva cosa volesse dire camminare normalmente. Non sapeva allora che avrebbe continuato per tutta la vita a divorare la strada, la vita, le emozioni, le passioni.
Rimpiangeva spesso i bar di un tempo, non certo quelli dove si giocava a briscola tra un bicchiere di lambrusco e l’altro e dove oggi non si parla che di calcio, di rimandare a casa i migranti e si gettano vita e soldi nelle macchinette, ma quei vecchi bar che frequentava tanto tempo fa, che erano come salotti letterari, dove si sedevano insieme dottori, avvocati, ingegneri, professori, mischiati con la gente comune, dove si discuteva e si ragionava su tutto, si formavano le opinioni, si accrescevano le conoscenze, fermentavano sentimenti e cultura. Questo ambiente si era ricreato nella sua bottega, dove l’attrattiva era incentrata su di lui, sulla sua singolarità come persona, sulla sua ecletticità.

Tagliava i capelli parlando di Giotto, di Botticelli, saltando a Garibaldi, alla politica internazionale, ricordando il passato con i vecchi amici. Parlava della sua Reggio. Ne conosceva ogni angolo. Ogni quadro che c’è nelle chiese, nei musei, ogni strada, ogni trasformazione. Un vero patrimonio storico racchiuso dentro di lui.
A Ermanno non interessava compiacere gli altri, adulare per educazione o per interesse. Aveva il coraggio di essere quello che era. Anche scorbutico, ruvido, scostante, testardo. Da ragazzo o giovane uomo immagino fosse un tipo ribelle, ma le intemperanze della gioventù ci pensa la vita a decantarle e moderarle. Ma non aveva spento quel temperamento forte e vivace: era un artista, l’originalità gli sprizzava da tutti i pori.

Continua a leggere l’articolo di Fabrizia Sarti su La Libertà del 31 ottobre

Pubblicato in Articoli, Società & Cultura

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