Pirandello: nichilismo e nostalgia

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A Correggio la lezione del vescovo Massimo agli studenti

Ogni tanto il vescovo Massimo ritorna volentieri a fare lezione; dopo avere insegnato filosofia nei licei e all’università, il richiamo del rapporto con gli studenti non si affievolisce. Lo si vede anche la mattina di lunedì 22 ottobre a Correggio, nella Sala multimediale Santa Chiara, dove il presule parla agli allievi degli istituti superiori per affrontare Luigi Pirandello, interprete acutissimo della crisi della realtà tramandata dal Positivismo e testimone, tra Otto e Novecento, della frantumazione dell’identità individuale.
“Uno, nessuno, centomila?”, il titolo interrogativo dato all’incontro, promosso dal Circolo culturale “Pier Giorgio Frassati”.
È una trattazione approfondita, quella del pastore, che nella seconda ora entra nelle pagine e fra le trame di alcuni celebri testi, dal dramma “Sei personaggi in cerca d’autore” al romanzo citato, “Uno, nessuno e centomila”, fino al mito di “Lazzaro”.

Nella prima parte dell’esposizione, invece, il professor Camisasca evidenzia il nesso tra la biografia di Pirandello e la sua produzione letteraria, soffermandosi a più riprese sul “mistero della nascita” e sulla “ricerca del padre” come cifre espressive dell’intera opera dello scrittore, drammaturgo e poeta nato nel 1867. Il nome del quartiere in cui cresce, “Cavusu”, vuol dire “caos”, sicché l’autore, filosofo nell’animo come sono i siciliani, dirà per tutta la vita di essere figlio del caos, proponendo un’arte “moderna” che riflette un mondo sfaldato e contraddittorio.
“La sua opera – dice il vescovo – sgorga da profondissime ferite che si andranno ad approfondire nel tempo. Una di queste è sicuramente il rapporto antitetico con il padre, un’altra i problemi economici che lo tormenteranno per tutta la vita”.

In breve vengono ripercorsi i tre anni trascorsi da Pirandello in Germania, a contatto con la filosofia di Kant e di Hegel, il ritorno in Italia, con residenza a Roma, il matrimonio con Maria Antonietta Portulano, siciliana come lui, la paternità dei tre figli con i quali rivivrà lo stesso dramma sperimentato con il padre, fino alla svolta del 1903, annus horribilis in cui la famiglia finisce sul lastrico per un investimento fallimentare e la moglie impazzisce. “Da quel momento in poi sarà in casa la presenza fisica della follia”, annota monsignor Camisasca.
Poi un tuffo nell’opera di Pirandello, composta di 270 novelle, 43 opere teatrali, 17 romanzi, raccolte di poesie, scritti di estetica e di filosofia della letteratura, un’opera definita “profeticamente infernale. Benché la sua vita si sia conclusa nel 1936, prima dell’inizio della seconda guerra mondiale, egli – spiega il relatore – anticipa tutti i drammi del Novecento, in particolare la dissoluzione dell’uomo, dissoluzione che riconosce innanzitutto in se stesso e poi rappresenta nei suoi scritti”.

Uno “scrittore filosofo” tormentato dal problema del senso, che afferma l’immagine di una realtà polivalente e in incessante trasformazione, quindi un radicale relativismo: non si dà la possibilità di una verità fissata una volta per sempre, poiché ognuno ha la “sua” verità. Di qui, il totale rifiuto di Pirandello per la società, che mortifica quel movimento vitale e costringe ciascuno, crudelmente, a indossare una maschera e a recitare una parte per poter vivere con gli altri, in una durissima lotta tra le forme e l’essere.

Continua a leggere l’articolo di Edoardo Tincani su La Libertà del 31 ottobre

Pubblicato in Articoli, Società & Cultura

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