Reggio, ecco piazzale Romero

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Inaugurato alla Polveriera con l’intervento del vescovo Massimo

Alla presenza del prefetto Maria Forte, del sindaco Luca Vecchi, del vescovo Massimo Camisasca e del presidente del consorzio Oscar Romero Valerio Maramotti, nel pomeriggio di giovedì 18 ottobre è stata scoperta la targa che ha intitolato il piazzale della Polveriera a monsignor Oscar Romero, proclamato santo da Papa Francesco domenica 14 ottobre in piazza San Pietro. Il presidente Maramotti ha ricordato come questo piazzale, un tempo percorso dai cingoli dei carri armati, sia diventato oggi un significativo luogo di accoglienza e di incontro per tutti i cittadini reggiani. Il sindaco Vecchi ha invece sottolineato come, nonostante le difficoltà iniziali, l’Amministrazione sia riuscita a realizzare questo progetto di riqualificazione di un’area che rischiava di andare perduta. I tanti cittadini presenti si sono quindi radunati nella vicina Sala civica per ascoltare l’intervento del vescovo Massimo sulla figura dell’arcivescovo salvadoregno appena proclamato santo (note e foto di Giuseppe Maria Codazzi).
Pubblichiamo il testo integrale.

Monsignor Oscar Romero è stato proclamato santo domenica scorsa, il 14 ottobre. Durante la messa di canonizzazione in piazza San Pietro a Roma, papa Francesco ha parlato di lui come di un uomo e di un sacerdote “che ha lasciato le sicurezze del mondo, persino la propria incolumità, per dare la vita secondo il Vangelo, vicino ai poveri e alla sua gente, col cuore calamitato da Gesù e dai fratelli”. Gesù e i fratelli, la Chiesa e i poveri: sono questi i due fuochi che hanno infiammato il cuore e la vita di Romero, in particolare gli ultimi anni, quando egli era arcivescovo di San Salvador. Ma questi due fuochi erano in realtà una cosa sola e Romero li teneva sempre ben uniti nella sua riflessione e nella sua predicazione. Ebbe a dire di sé in un’occasione: Ho creduto un dovere pormi decisamente in difesa della mia Chiesa e, dalla Chiesa, a fianco del mio popolo tanto oppresso. Romero fu un amante della Chiesa e quindi un amante dell’uomo, in particolare delle tante persone oppresse tra le quali era nato e cresciuto e delle quali si era trovato ad essere pastore.

Nato nel 1917, secondo di otto fratelli, Oscar Romero proveniva da una famiglia di umili origini. Il suo carattere era timido e riservato; la sua salute fragile sin dalla tenera età. A 14 anni entrò in seminario. Notata la sua vivace intelligenza, fu mandato a Roma per studiare teologia presso l’Università Gregoriana, dove rimase per sei anni. Fu ordinato sacerdote all’età di 25 anni il 4 aprile 1942. Svolse poi per pochi anni il ministero di parroco. Subito fu ben presente in lui la “scelta preferenziale per i poveri”: egli mostrò sempre una naturale e notevole sensibilità verso di loro. Va ricordato che la maggioranza della popolazione di El Salvador era costituita da contadini: Romero intese ben presto la povertà materiale come la condizione “normale” del suo popolo. Ma la sua passione per i poveri mai fu da lui interpretata in chiave ideologica e politica. Egli infatti non pensò mai che i poveri fossero esenti dal peccato o che l’unico peccato fosse quello sociale, strutturale e collettivo (come molti ritenevano in quel periodo, anche dentro la Chiesa).

Oscar Romero dovette abbandonare presto il lavoro in parrocchia: fu infatti nominato prima segretario del vescovo di San Miguel, e successivamente segretario della Conferenza episcopale di El Salvador. Nel 1970, a 53 anni, fu consacrato vescovo ausiliare di San Salvador. Scelse come motto episcopale le parole sentire cum Ecclesia. Una scelta davvero significativa: egli ribadiva in questo modo che la passione predominante della sua vita e il criterio unico della sua azione era la Chiesa di Cristo. Esprimeva tale passione soprattutto nella fedeltà al papa (egli stimò moltissimo san Paolo VI) e nello studio assiduo e appassionato del Magistero della Chiesa Cattolica. Quattro anni dopo, nel 1974, fu nominato vescovo in un’altra diocesi, Santiago de María. Nel febbraio 1977 divenne arcivescovo di San Salvador. Nello stesso mese accadde anche un evento politico di fondamentale importanza per lo stato di El Salvador: il generale Carlos Humberto Romero, attraverso sospetti brogli elettorali, prese il potere nel paese e ciò determinò disordini sociali molto gravi, ingiustizie di ogni tipo, violenze e terrore.
Il 12 marzo 1977, diciotto giorni dopo l’ingresso in diocesi di Romero, avvenne l’assassinio di un suo grande amico, il gesuita Rutilio Grande, sacerdote impegnato per i diritti degli ultimi, che viveva in un poverissimo villaggio non lontano dalla capitale. All’omelia del funerale Romero disse: Vogliamo dirvi, fratelli criminali, che vi amiamo e che chiediamo a Dio il pentimento per i vostri cuori perché la Chiesa non è capace di odiare, non ha nemici. Sono nemici solo coloro che si dichiarano tali; ma essa li ama e muore come Cristo: Perdonali, Padre, perché non sanno quello che fanno.
Poche settimane dopo, altri cinque sacerdoti furono trucidati barbaramente. E così accadde ancora molte volte in seguito: il vescovo Romero vide morire tanti suoi sacerdoti. Regnava sul Paese un clima di terrore. Il governo voleva scoraggiare ogni tentativo di cambiare la situazione e perciò si scagliava contro la Chiesa. In realtà essa intendeva lavorare in favore della libertà religiosa, predicare gli ideali del Vangelo, difendere i diritti umani e parlare in favore della promozione sociale.

Romero, arcivescovo della capitale del paese, avvertì una responsabilità pubblica e civile cui non voleva sottrarsi e visse questa responsabilità con ferma volontà e passione. Divenne di fatto il leader della Chiesa salvadoregna. Egli era un abile predicatore: divenne anche il punto di riferimento per tutto il popolo salvadoregno sulla scena pubblica. Il suo operato fu qualificato come “politico” e marxista da parte della destra, al fine di squalificarlo e di giustificare il suo assassinio. Da parte della sinistra fu assunto come una bandiera rivoluzionaria. Non mancò nemmeno chi vedeva in lui un conservatore rivoluzionario. In realtà, Romero parlava con voce alta e forte in difesa delle vittime della violenza in forza della sua responsabilità pastorale. Non voleva occuparsi di politica, della quale ammetteva serenamente di non essere esperto.

Erano gli anni della “teologia della liberazione”. Romero diceva che esistono due tipi di queta teologia: quella che si appoggia solamente a cose terrene e desidera una soluzione immediata e l’altra che promana dal messaggio di Gesù che viene a togliere il peccato del mondo. La sua preferenza andava per questa seconda lettura. Liberación doveva significare nient’altro che salvación.

Continua a leggere le parole del Vescovo monsignor Massimo Camisasca su La Libertà del 24 ottobre

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