Siamo una squadra divertentissimi

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Siamo una squadra fortissimi, cantava Checco Zalone durante il Mondiale 2006, quello tinto d’azzurro e ancora impresso nelle nostre menti, e, parafrasando il comico pugliese, mi viene da dire siamo una squadra divertentissimi pensando alla banda dei 2012-2013 che quest’anno ho l’onore di accompagnare negli allenamenti, perché loro non fanno campionato.

Si, ho scritto onore: lavorare coi bimbi, oltre ad essere una grande responsabilità, è anche un vero e proprio onore. Di sicuro non sono artisti della pedata, tanto meno campioni dai virtuosismi eccellenti, sono “solo” bambini che col loro trasporto contagiano chi gli sta accanto. E si tratta di un contagio virale. Una malattia  sana, non presente nei libri di medicina, ma sicuramente che ha colpito tutti nella vita: l’entusiasmo. Già, perché per loro giocare a calcio è il divertimento allo stato puro. E poco importante se sembrano un branco di pecore appiccicate che si muove per il campo.

In quelle due ore di allenamento, esiste solo il pallone. Il resto è fuori. I loro sorrisi, le loro marachelle, le loro scorribande per il campo, sono un inno all’essenza di questo sport: il gioco.

E la grande differenza tra i miei piccoli amici e la squadra di Allievi che quest’anno ho la grande fortuna di allenare è tutta qui: a 5/6 anni la palla è un mondo da scoprire, è un amore da inseguire ai centomila all’ora. Non troverete mai un bambino che risparmia energie o che si tira indietro, impaurito o intimidito dalla sfera coi pentagoni neri. Invece i più grandi spesso sono distratti, svogliati, poco inclini a sudare.

Ho chiesto ai miei ragazzi di dirmi cosa vedono presentando loro un pallone: la risposta è stata una sfera di cuoio. Oramai si crede solo a ciò che si vede! Restituiamo ai quindicenni la gioia della fantasia, la voglia di realizzare un sogno.

Davanti ad un avversario col pallone alcuni dei miei si scansano, altri si fermano, alcuni si risparmiano o peggio, sono in campo fisicamente ma con la testa sono da tutt’altra parte. Un 2012 davanti a un “avversario” con la palla, lo travolge e immancabilmente scatta il pianto perché “lui mi ha dato un calcio” o perché “mi è venuto addosso”. Certo che ti è venuto addosso, perché a tutti i costi vuole la palla!

Certo è una “pressione” diversa quella che vive un allievo rispetto a un bimbo alle prime armi, ma probabilmente sta proprio nelle aspettative che abbiamo sui nostri calciatori ciò che li paralizza o che li fa andare a mille. È pazzesco vedere la squadra dei 2012 con che foga rincorre la palla, o vedere alcuni che piangono (esagerati!) per un partitella persa. Eppure lo fanno col candore e col cuore di bimbi di 6 anni. Più frustrante è vedere ragazzi che non riescono a girare a mille, inchiodati a terra dalla paura di sbagliare. Vorrei invitare i grandi a vedere giocare i piccolini, ad imparare da loro la spensieratezza che troppo spesso noi addetti ai lavori dimentichiamo pensando di più alle diagonali e ai moduli.

La vera responsabilità di un allenatore/educatore è preservare questa leggerezza nel vivere il calcio, nel lasciare ai ragazzi la voglia di ritrovare il gusto del gioco e la libertà di fare. Accompagnando la crescita del giovane calciatore, sta all’allenatore dare le giuste responsabilità ai suoi giocatori, osservandone il processo di maturazione e di consapevolezza del proprio bagaglio umano e calcistico.

Saper giocare a calcio non è affatto semplice, ma è di sicuro il gioco più divertente del mondo. Chiedere a un 2012 per credere!

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Pubblicato in A bordo campo, Articoli

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