Dalla parte degli impoveriti

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Albanese: l’informazione prima forma di solidarietà

Quale missione ci attende oggi? Che significa essere missionari nell’attuale villaggio globale? Queste e altre domande sono state al centro della serata “Giovani per il Vangelo”, tenutasi a Reggio Emilia martedì 9 ottobre, guidata da due giovani rientrate dalla missione diocesana in Madagascar, Agnese Bertacchini e Alba Esposito.
Ospite d’eccezione, il missionario e giornalista padre Giulio Albanese, direttore del mensile Popoli e Missione, che ha approfondito il tema dell’Ottobre missionario a partire dalle domande poste da alcuni campisti rientrati dall’esperienza estiva in missione, e dalla toccante narrazione delle giovani Francesca Catellani, Anna Picciati e Cristina Orlandini, rientrate dopo un anno di servizio missionario (Albania e Madagascar).

In un’epoca di cambiamenti veloci e significativi “mai come oggi facciamo fatica a comunicare il Verbo, la Parola di Dio – ha osservato padre Albanese – . Se da una parte c’è stato un progresso dal punto di vista tecnologico, dobbiamo riconoscere che la sfera dei valori, come la pace, la giustizia, la solidarietà, il bene comune, il rispetto del creato, viene messa in discussione. Allora la sfida missionaria è quella di essere segno di contraddizione, di stare dalla parte degli oppressi, degli impoveriti, di dare voce a chi non ha voce, di svelare l’inganno, le ingiustizie”.
Per il comboniano “la missione si gioca lungo la linea di faglia tra gli estremi ricchezza e povertà, benessere e malessere, bene e male, progresso e sottosviluppo”.

Alcuni dati dell’ultimo rapporto Oxfam (gennaio 2018) sono eloquenti e dicono come la divaricazione tra ricchi e poveri sia crescente: 8 persone al mondo hanno una ricchezza superiore a quella di 3 miliardi e 600 milioni di persone. “Questo è peggio del terrorismo, perché rappresenta la vexata quaestio, la tormentata questione – ha sottolineato Albanese – . Nella Evangelii gaudium Papa Francesco dice che non possiamo stare alla finestra a guardare: questo è un mondo che ha bisogno di redenzione.Ma la missione non s’improvvisa. Ci vuole un sano discernimento per interpretare i segni dei tempi. Si tratta di contrastare il pensiero debole, che oggi rappresenta la minaccia più evidente della nostra società. E il rigurgito dei nazionalismi, dei regionalismi, della xenofobia, dell’esclusione sociale, tutti questi segni evidenti del malessere contemporaneo sono emblematici del pensiero debole”.

Continua a leggere l’articolo di Elisabetta Angelucci su La Libertà del 17 ottobre

 

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana

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