Ottobre missionario: un’esperienza dal Congo

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Perché vado dai carcerati in Congo

Sono stata in RD Congo, nel Kivu, regione che ora è famosa per una nuova epidemia di ebola.
Ebola fa paura, è il nome di un fiume congolese e di una malattia che preoccupa l’occidente perché mortale. Non preoccupa troppo i congolesi che conosco, si muore di altro, malaria, TBC, pallottole. Soprattutto pallottole: in Kivu da anni c’è una guerra di bassa intensità, che non fa notizia in Europa ma che provoca migliaia di stupri di donne e bambine, di morti ammazzati, villaggi distrutti, raccolti rubati e tutto il peggio che uno possa immaginare.
Perché sono partita? Perché me lo hanno chiesto e me lo chiedono. Questa volta me lo ha chiesto una missionaria laica di Parma, in Congo da 50 anni.

Avevo un incarico preciso, lavorare in prigione a Goma. Ero molto preoccupata per l’instabilità politica (elezioni che forse si terranno in dicembre, sicurezza zero) e per il lavoro che avrei dovuto svolgere… ero già stata a visitare la prigione di Goma, un piccolo girone dantesco. Sono partita perché ho sentito in quella richiesta una Chiamata ad andare. Il Congo è il luogo in cui la presenza di Dio è più forte in me e ci vado da 20 anni.
I carcerati della Grande Prigione sono circa 2.500, “accolti” in due edifici per gli uomini, uno per le donne ed uno per i ragazzi dai 14 ai 18 anni.

Talvolta non arriva l’acqua in prigione. I prigionieri prossimi alla scarcerazione (quelli che presumibilmente non scappano) escono dal carcere per prendere l’acqua dal vicino pozzo, in bidoni da 25 litri, per tutti, per cucinare, bere, lavarsi…
Il posto “letto”, se puoi pagare una tangente, è davvero un letto, magari in condivisione con un altro prigioniero, in una grande cella divisa in loculi, o un posto per terra sotto la tettoia. I più poveri dormono in cortile, per terra e senza riparo dalla pioggia.

Leggi tutto l’articolo di Donata Frigerio su La Libertà del 3 ottobre

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