Terza ed ultima parte dell’intervista al Vescovo su Paolo VI

Stampa articolo Stampa articolo

Montini, spiritualità profonda e radicale

A far decidere per la canonizzazione di Paolo VI medici, teologi, cardinali e vescovi legati alla Congregazione delle Cause dei Santi è stato il caso di una gravidanza ad alto rischio, conclusasi favorevolmente con la nascita della bambina sana. Il miracolo è stato attribuito all’intercessione di papa Montini. I temi della vita nascente e della regolazione della fertilità sono stati tra i più divisivi, quando 50 anni fa venne promulgata la Humanae Vitae, provocando dissensi anche dentro la Chiesa. Qual è il suo giudizio, oggi, su quel documento?

Paolo VI si trovò di fronte a una decisione che avrebbe fatto tremare chiunque. Avocò a sé il tema del rapporto tra il significato unitivo del matrimonio e la sua fecondità: non ritenne che il Concilio fosse maturo per affrontarlo. Era necessario e indispensabile un supplemento di lavoro. Creò una commissione, ma gli sembrò che le sue conclusioni non portassero a chiarezza. Ne creò quindi una più ristretta. E infine prese su di sé, dopo lunghissima preghiera, meditazione e travaglio, la responsabilità di ogni decisione. Certo, l’Humanae Vitae non può essere ricondotta solamente al tema della contraccezione. Esso è infatti inquadrato all’interno di una visione personalistica del matrimonio, che riprende e approfondisce la stessa visione conciliare. Così come Amoris Laetitia non è riconducibile solamente al capitolo VIII.
Ma il mondo attendeva il pronunciamento della Chiesa sul “birth control”. Lo attendevano soprattutto le grandi industrie farmaceutiche, le istituzioni internazionali che avevano come filosofia centrale la riduzione delle nascite di fronte alla paura del sovraffollamento del pianeta e che in seguito avrebbero condizionato i loro aiuti economici ai popoli poveri ad una stretta politica di riduzione della natalità. Paolo VI si rese conto di trovarsi di fronte ad una questione epocale. Non si può dividere l’esperienza unitiva fra l’uomo e la donna dall’esperienza della fecondità. La negazione di questo avrebbe comportato conseguenze gravissime nell’unità della famiglia, nel rapporto fra i generi, nella concezione dell’esperienza della maternità. Come purtroppo poi è accaduto in tutto il mondo.
La Chiesa sa benissimo che l’ideale che essa propone è alto e nello stesso tempo rispettoso della natura dell’uomo e della donna. Il compito della Chiesa non è di condannare i peccatori, ma di mostrare una via possibile, anche attraverso un’infinità di cadute. Per questo non sente come obiezione alla sua visione sull’uomo la fatica a viverla così come essa predica. Si affianca all’uomo in cammino per aiutarlo.

Leggi l’ultima parte dell’intervista di Edoardo Tincani al vescovo Camisasca su La Libertà del 3 ottobre

Pubblicato in Articoli, Slide, Vita diocesana

Lascia un commento