Visita pastorale: scopriamo l’up Oscar Romero, 4 parrocchie, una comunità plurale

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Il Vescovo da venerdì 5ottobre incontra l’unità pastorale guidata da don Fortunato Monelli e don Gigi Milani

La prima persona ad accogliermi, nel grande e luminoso atrio della chiesa di San Giovanni Bosco a Reggio, è Elisa, ministro dell’Eucarestia e membro della commissione liturgica dell’unità pastorale “Beato (presto santo) Oscar Romero”. “Molto spesso – dice – non ci rendiamo conto del grande dono che abbiamo: in questa chiesa ogni sera un sacerdote celebra la Messa. Dobbiamo pregare per i nostri sacerdoti, sostenerli e aiutarli”. Elisa la chiesa di San Giovanni Bosco (in via Shwerin a Reggio) l’ha vista sorgere e inaugurare nel 1997 e ha vissuto gli anni del fatiscente capannone di via Due Canali dismesso dall’Aeronautica. Dalle sue parole traspare gratitudine per il cammino che ha potuto fare nella comunità parrocchiale e ora all’interno dell’unità pastorale.

E’ riconoscente soprattutto per i sacerdoti che operano nell’unità pastorale: don Fortunato Monelli (parroco “in solidum” moderatore), don Gigi Milani (parroco “in solidum” non moderatore), don Stefano Borghi (collaboratore pastorale per la pastorale giovanile e direttore dell’Ufficio Catechistico diocesano) e monsignor Carlo Pasotti (Vicario giudiziale e collaboratore pastorale) senza dimenticare don Remigio Ruggerini (parroco emerito di San Prospero) e il diacono Giorgio Tazioli.
Dal settembre 2015 le parrocchie di Villa Sesso, San Prospero Strinati, Mancasale e San Giovanni Bosco formano l’unità pastorale “Beato Oscar Romero” dove il Vescovo si reca in visita pastorale il 5, 6 e 7 ottobre.

Pluralità al singolare
“Ci teniamo che le parrocchie restino comunità e per questo crediamo che in ognuna di essa si debba celebrare la Messa domenicale”, sostiene don Fortunato; “credo che oggi la sfida sia proporre percorsi comunitari rispettando l’identità delle singole parrocchie”. “è poco probabile che una persona si possa riconoscere in una unità pastorale da 10-15 mila abitanti – gli fa eco don Gigi – mentre è molto più facile che possa stabilire relazioni significative su un territorio più ristretto e con meno persone”.
Anche se con molta fatica (“e sottolinea bene la parola fatica”, puntualizza don Fortunato guardando me e il blocco su cui sto prendendo appunti) le quattro comunità sono avviate da ormai tre anni in un percorso di creazione di una nuova identità ecclesiale. “Non promuoviamo uniformità, ma comunione”, chiarisce don Monelli, “a partire dal tanto che abbiamo in comune, innanzitutto la fede in Cristo”.
“Guardando a ciò che ci accomuna, piuttosto che alla storia particolare di ogni comunità” i parroci iniziano a snocciolare le iniziative dell’unità pastorale.

Leggi tutto l’articolo di Emanuele Borghi su La Libertà del 3 ottobre

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