Omelia di Camisasca per i 50 anni di CL a Reggio Emilia

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Pubblichiamo l’omelia in occasione del 50° anniversario della nascita della comunità di CL a Reggio Emilia (XXVI domenica del Tempo Ordinario), pronunciata dal vescovo Camisasca nella Chiesa di san Francesco sabato 29 settembre 2018 (clicca qui per vedere tutte le foto)

Cari fratelli e sorelle,                  

è motivo di gioia per me poter presiedere questa eucarestia nel cinquantesimo anniversario della nascita di Comunione e Liberazione nella nostra città e nella nostra diocesi. Ed è bello che questa festa sia condivisa con gli amici delle comunità di Parma, Modena e Carpi, convenuti quest’oggi a Reggio Emilia per partecipare alla Giornata d’Inizio Anno del movimento.

Cinquant’anni fa, nel 1968, Giovanni Riva insieme a Giuseppe Folloni e Giuliano Bassani inaugurò a Reggio il Centro Culturale Charles Peguy. Nell’arco dei mesi successivi si sarebbe poi delineata l’identità precisa di un nuovo gruppo, il cui nome era One Way. A partire dal 1972 si chiamerà CL. Questo fu l’inizio del movimento a Reggio. Ma esso era stato preparato in più modi. Innanzitutto dalla conoscenza che Giovani Riva aveva avuto dell’esperienza di GS a Milano. Egli, già a partire dal 1966, aveva cominciato a riproporre il metodo di Giussani nella nostra città, adeguandolo ad una realtà più piccola, proponendo il raggio, la caritativa, momenti di vacanza, di gita e di ritiro. Un altro seme importante che mi piace ricordare fu posto da don Giussani stesso, il quale già nel 1964 aveva tenuto a Reggio una conferenza per dei sacerdoti, raccontando e partecipando loro la sua avventura al liceo Berchet e con i primi giessini.

Gli inizi della presenza di CL a Reggio sono stati caratterizzati da una forte presenza nella scuola, iniziative culturali e sociali, una particolare attenzione al mondo del lavoro, molte opere e anche dalla passione per l’impegno politico. Da orizzonti ampi dunque, che nel tempo hanno consentito lo svilupparsi di profonde amicizie con comunità vicine, uno slancio missionario verso molte parti del mondo e la capacità di incontro con tante persone. La comunità ha anche avuto il dono di un numero significativo di vocazioni alla verginità e questo è un meraviglioso segno di predilezione da parte di Dio, così come dell’autenticità e dell’intensità dell’esperienza cristiana da voi vissuta nel corso del tempo.

Desidero anche ricordare la figura e l’opera di Enzo Piccinini, il quale, soprattutto durante gli anni Ottanta, in stretta collaborazione con don Giussani si prese cura della comunità di CL reggiana, in qualità di responsabile regionale del movimento. Egli ha avuto il merito di sostenere e di accompagnare la comunità in anni non facili, segnati da molte difficoltà e prove.

La santa messa che ora celebriamo ha un triplice intenzione. Innanzitutto essa vuole dire a Dio la nostra gratitudine, personale e comune, per tutta questa ricchezza di esperienza che la comunità di CL ha vissuto e continua a vivere e proporre in questa terra. In secondo luogo desideriamo chiedere perdono per gli errori del passato, chiedendo a Dio l’umiltà e la docilità necessarie per poter imparare da essi. Da ultimo, desideriamo affidarci al Signore, domandando a Lui l’aiuto per il futuro: Dio è fedele e non ci farà mancare la sua protezione. Questa certezza ci apre alla speranza e ci consente di guardare al cammino che ci attende con letizia e con “baldanza ingenua”, per usare un’espressione di don Giussani.

Le letture che abbiamo ascoltato durante questa liturgia sono particolarmente ricche si spunti di riflessione per il nostro cammino. Due sono le tematiche principali che le attraversano e su cui vorrei si soffermasse la nostra attenzione. Innanzitutto quella che potremmo chiamare “apertura” incondizionata a tutti, testimoniata da Gesù e prima ancora da Mosè nell’Antico Testamento. Dice il Signore: Chi non è contro di noi è per noi (Mc 9,40). Che significato ha quest’espressione? Con queste parole Gesù ci dice che possiamo imparare da tutti e fare un pezzo di strada con tutti. Lo Spirito di Dio è assolutamente libero e può parlare e agire anche attraverso coloro da cui non ci aspetteremmo niente o che sentiamo lontani. Questo è uno degli elementi che colpiva noi ragazzi quando negli anni Sessanta cominciavamo a conoscere don Giussani: per lui il giudizio dell’ultimo arrivato era importante quanto quello del capo della comunità.

Anche coloro che ci sembrano collocarsi “fuori” dalla nostra comunità e dalla Chiesa, che sembrano non seguirci (come si lamentavano gli apostoli), possono in realtà agire a vantaggio di Cristo o desiderare un contatto con lui. A volte ciò accade in maniera confusa e superficiale. Ma noi siamo chiamati a valorizzare l’apertura di tutti, ad essere vigili e pronti a riconoscere i segni di Dio, ovunque essi siano. Qualunque cosa fatta in nome di Cristo o per Cristo, grande o piccola che sia, e da chiunque essa sia fatta, non resterà senza ricompensa (cf. Mc 9,41). Non siamo noi a dare vita alla Chiesa e a decidere chi sta dentro di essa e chi sta fuori. L’appartenenza alla comunità cristiana, così come l’appartenenza al movimento, è innanzitutto un dono di Dio. La nostra adesione a questo dono può essere poi il canale di cui Dio usa per incontrare attraverso di noi tutti coloro che egli decide di raggiungere.

Nel Vangelo abbiamo ascoltato anche un’altra parola, una delle più dure, forse la più dura in assoluto, tra quelle riportate dagli evangelisti: chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare (Mc 9,42). Abbiamo molto da imparare da questa affermazione. È una frase particolarmente drammatica che in questi ultimi tempi viene spesso richiamata davanti allo scandalo degli abusi che stanno mettendo a dura prova molte Chiese, molti sacerdoti e tanti credenti. Gesù ci mette in guardia dal pericolo di dare scandalo ai piccoli con le nostre parole, i nostri gesti e anche con le nostre omissioni. Chi sono i piccoli? Certamente i bambini, i poveri, i malati e gli anziani, cioè tutti coloro che da soli non possono provvedere adeguatamente ai loro bisogni materiali e che hanno bisogno di aiuto. Più profondamente: i piccoli sono tutti i credenti. La fede, infatti, è un dono di Dio, è come una fiammella che Dio stesso accende nel cuore delle persone e che chiede di essere custodita dalla nostra fragile libertà. È un tesoro in vasi di creta (cf. 2Cor 4,6), direbbe san Paolo. Non è mai una conquista definitiva da parte nostra, ma un cammino che attraversa tante prove nel corso della vita. Per tenere accesa la fiamma della fede nei cuori dei nostri fratelli, Dio si serve di noi. Questo è il rischio di Dio: si serve di strumenti imperfetti, cioè della nostra umanità, per operare il miracolo della fede e della conversione nei cuori degli uomini. Noi quindi siamo responsabili della fede delle persone che Dio ci ha consegnato, a partire dai nostri figli, mariti e mogli, dagli amici della nostra comunità. Certamente è inevitabile che avvengano scandali (Mt 18,7). Ma dobbiamo domandare che ciò non accada e fare di tutto perché la nostra testimonianza sia integra e fedele, attraverso le strade della preghiera, dei sacramenti, attraverso l’unità tra noi e la sequela di coloro che sono le nostre guide.

La lettera apostolo Giacomo, di cui abbiamo ascoltato un brano nella seconda lettura, usa anch’essa un linguaggio molto duro, parlando del tema della ricchezza e dell’ingiustizia sociale. Egli afferma con forza: le vostre ricchezze sono marce. All’origine degli scandali e della rovina delle persone stanno proprio le ricchezze, cioè pensare che il frutto delle nostre mani, ciò che facciamo noi, la nostra opera e ciò che possediamo possa realmente riempire il nostro desiderio di infinito e di felicità. Questa posizione, questa umana tentazione, determina presto o tardi inevitabilmente l’ingiustizia, e di conseguenza la disunità. L’incontro con il movimento ci ha donato la grazia di capire che solo Cristo è la vera ricchezza della nostra vita, l’unica ricchezza che non marcisce, ma che al contrario continua a generare vita e frutti. Affermare che Cristo è l’unica ricchezza non vuol dire allontanarsi dal lavoro, dall’attività, dalle opere, dall’intervento nel mondo… Al contrario! Il rapporto con Cristo urge la testimonianza della fede, urge l’azione della carità. Non siete angeli e non volete vivere la fede in un senso spiritualistico. Questo sarebbe proprio il contrario di ciò che avete incontrato! La vostra appartenenza al movimento sia la scoperta sempre più profonda e sempre più convinta della persona di Gesù Cristo come l’unico in grado di rendere unita la vita, di dare un senso e un fondamento alla nostra azione, l’unico amico capace di corrisponde al nostro dramma umano, l’unico in grado di donarci una gioia che non finisce.

La Madonna ci accompagni e ci guidi in questo cammino.

Amen.

+ Massimo Camisasca

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