Continua l’intervista al vescovo Massimo su Paolo VI: Papa attento all’uomo

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Prima di essere eletto papa, Montini formò, tra la Fuci e i Laureati cattolici, una classe dirigente di cui da tempo si sente nostalgia: De Gasperi, La Pira, Moro e tanti altri risentirono della sua apertura al dialogo con la contemporaneità. Si può definire Paolo VI un antesignano di quella “laicità positiva” che anni dopo sarebbe stata invocata da Benedetto XVI?

Certamente una delle direzioni profonde, non solo del magistero, ma innanzitutto della vita di Giovanni Battista Montini, fu la sua apertura all’uomo, all’uomo contemporaneo. Basta rileggere i discorsi di conclusione del Concilio Vaticano II. In essi il papa fa una sorta di bilancio del lavoro svolto e tratteggia i contorni dello spirito che ha animato il Concilio: “L’umanesimo laico profano alla fine è apparso nella terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il concilio. La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è scontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere, ma non è avvenuto. L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso” (7 dicembre 1965). E l’indomani, sul sagrato della Basilica di san Pietro, affidando all’umanità intera dei messaggi, in particolare per i poveri, i governanti, i malati e i sofferenti, le donne, i lavoratori, i giovani, gli artisti, gli intellettuali e gli scienziati, disse: “Per la Chiesa Cattolica nessuno è estraneo, nessuno è escluso, nessuno è lontano… Lo dica il cuore di chi ama: ogni amato è presente! E noi, specialmente in questo momento, in virtù del nostro universale mandato pastorale ed apostolico, tutti, tutti noi amiamo!” (8 dicembre 1965).
La lettura della modernità nella sua ambiguità, nella sua positività e negatività, fu uno dei suoi assilli. Nei suoi interventi durante le sessioni conciliari e nei suoi messaggi alla fine del Concilio disse questo: “Questo Concilio, postosi a giudizio dell’uomo, si è soffermato ben più a questa faccia felice dell’uomo, che non a quella infelice. Il suo atteggiamento è stato molto e volutamente ottimista. Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno. Riprovati gli errori, sì; perché ciò esige la carità, non meno che la verità; ma per le persone solo richiamo, rispetto ed amore. Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi; invece di funesti presagi, messaggi di fiducia sono partiti dal Concilio verso il mondo contemporaneo: i suoi valori sono stati non solo rispettati, ma onorati, i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e benedette” (7 dicembre 1965).
Montini – Paolo VI fu un uomo profondamente radicato nella Tradizione, ma nello stesso tempo alieno da ogni clericalismo. Anzi, oserei dire insofferente verso ogni forma di prevaricazione, di autoritarismo, di formalismo. È stato un uomo riservato, eppure sempre desideroso di mostrare interesse e affetto per la persona che aveva davanti; un uomo consapevole del grado supremo di responsabilità che gravava sulle sue spalle, eppure alieno da ogni formalismo. Quel formalismo che ha cercato di smantellare anche nella Curia romana, per quanto gli è stato possibile. Ha continuato ad usare il plurale maiestatico, ma per esprimere un atteggiamento di profonda umiltà, quasi per curvarsi sugli altri con tutto il peso e la forza della storia della Chiesa. Ha amato le vocazioni laicali, ne è stato suscitatore, come curò le vocazioni di tanti all’impegno politico durante e dopo il disastro del fascismo. Il movimento dei Focolari ebbe da lui il primo definitivo riconoscimento. Attraverso monsignor Benelli, aiutò don Giussani a guardare con fiducia a se stesso e alla propria opera.

Leggi tutto il testo dell’intervista di Edoardo Tincani al vescovo Massimo su La Libertà del 26 settembre

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