Filosofare col lampione

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Nel 1888 Nietzsche scrive Il crepuscolo degli idoli, ovvero come si filosofa col martello (sarà pubblicato l’anno seguente). Il titolo racchiude un programma. Egli stesso, nella sua autobiografia intellettuale (Ecce homo, 1888), definisce quel libro come “un demone che ride. […] ciò che sulla copertina è chiamato idolo è semplicemente la verità”. Il suo martello non è quello del carpentiere; è quello, più piccolo, del geologo o del medico: gli serve per auscultare la verità come si fa con una roccia o con un malato, “e forse udire per tutta risposta quel famoso suono cavo che può venire solo da viscere gonfie”. L’intento non potrebbe essere più chiaro: dimostrare l’inconsistenza e la non-assolutezza di ogni verità, smascherarla – appunto – come idolo vuoto o putrefatto.

Ripercorro queste righe nell’imminenza del Festivalfilosofia dedicato, quest’anno, proprio al tema della “verità”. Una verità, come dichiara la presentazione del direttore scientifico Francesconi, dal carattere “pratico e provvisorio”. Gli fa eco il filosofo Bodei, a parere del quale occorre “demitizzare” la verità, “insistendo sul suo carattere storico e fattizio. Ogni epoca e ogni società ha la sua verità e solo rendendoci consapevoli del suo carattere pluralistico è possibile aprirsi alla tolleranza”.

Ha ragione chi dice che la nostra epoca è figlia di Nietzsche e della sua critica spietata a ogni pretesa certezza. Del filosofo di Röcken ci mancano tuttavia la radicalità e la lucida consapevolezza: il suo Übermensch, l’oltre-uomo di cui egli si proclama profeta, è colui che sarà capace di oltrepassare il bisogno di verità e di valori accettando di dimorare nella totale insensatezza. Egli vedrà il mondo per quello che è – un luogo dove non esiste senso né giustizia, privo di redenzione e di speranza – senza impazzire: perché disfarsi seriamente della verità in quanto tale equivale a un “eterno precipitare”, ci consegna alla notte e all’incombere del nulla.

La nostra epoca è molto più accomodante. Abbiamo identificato la verità con la radice del fanatismo, dell’intolleranza, della violenza. L’uso distorto e ideologico che nei passaggi oscuri della storia si è fatto del concetto e del suo contenuto ci fa sentire autorizzati a disfarcene, riducendola a prodotto dell’interesse del momento. Ci accontentiamo di verità parziali e provvisorie, senza per questo rinunciare ai “valori” che ci siamo conquistati: diritti, libertà, rispetto. Le vicende del nostro tempo dimostrano però drammaticamente che, caduta la verità, non reggeranno a lungo nemmeno i valori. Se neghiamo che esista una verità sull’uomo e sulla sua vita, se rigettiamo la possibilità che ci siano alcune evidenze fondamentali nelle quali possiamo riconoscerci, in nome di cosa rifiuteremo logiche di prevaricazione e di sopraffazione, o ci apriremo alla solidarietà? Perché dovremmo essere tolleranti, o disposti al sacrificio per altri? Reciprocamente, senza verità ci restano diritti e valori schizofrenici: la tolleranza non riesce a tollerare davvero tutti (come dimostra, ad esempio, la polemica sui medici obiettori di coscienza); la centralità e la tutela dei bambini non valgono per quelli che ancora si trovano nel grembo materno; l’autodeterminazione totale (questa sì divenuta il nuovo assoluto) non si applica necessariamente ad anziani, disabili, malati inguaribili. Gli esempi si sprecano.

“Supponiamo che in strada si crei un grande scompiglio per, mettiamo, un lampione che molte persone influenti vorrebbero abbattere. Un monaco grigiovestito che incarna lo spirito del Medioevo viene interpellato sulla questione e comincia ad affermare, col tono arido tipico dell’educatore: «Consideriamo innanzitutto, cari fratelli, il valore della luce. Se la luce sia di per sé un bene». A quel punto il monaco viene comprensibilmente messo al tappeto. Tutti si avventano sul lampione che in dieci minuti viene divelto e si congratulano l’un l’altro per la loro praticità tutt’altro che medioevale. Ma a lungo andare le cose si complicano. Alcuni hanno divelto il lampione perché volevano la luce elettrica; altri perché volevano usarne il ferro vecchio; altri ancora perché volevano l’oscurità, dal momento che avevano commesso azioni malvagie. Alcuni pensavano che quel lampione fosse inadeguato, altri che fosse eccessivo; alcuni hanno agito perché volevano distruggere un bene comunale, altri perché volevano semplicemente distruggere qualcosa. Di notte si scatena la guerra, tutti sferrano colpi alla cieca. Così gradualmente ed inevitabilmente, oggi, domani o il giorno dopo, riaffiora la convinzione che il monaco in fondo avesse ragione e che tutto dipenda dalla filosofia della luce. Ma quello che avremmo potuto discutere alla luce del lampione, dobbiamo ora discuterlo nell’oscurità”. Così il Chesterton di Eretici (1905). La rinuncia alla metafisica e ai sistemi morali, ad ogni “teoria delle cose ultime” (in una parola: alla verità) in nome dell’utilità, della praticità e dell’opportunismo ha finito per accecarci.

E in questo consiste la nostra cecità: nell’illusione che possiamo stabilire noi stessi i criteri di ciò che è vero e di ciò che non lo è, e che questi criteri siano sempre a nostra disposizione – modificabili, rivedibili, mutabili a seconda del tempo storico e delle circostanze concrete. Non così alle origini del mondo occidentale. Nella cultura greca la verità non è mai semplice conquista o creazione dell’uomo: è alba che si leva in risposta a un incessante domandare, è radura che si apre improvvisamente nell’intrico del bosco, è subitanea rivelazione – álétheia, disvelamento. Chiede innanzitutto che la riconosciamo: ci invita ad addentrarci nel suo mistero, che eccede ogni nostra categoria. Per questo Platone descriveva l’avventura del conoscere come faticoso rinascere, doloroso concedersi alla luce, un’uscita dall’oscurità della caverna, un aprire finalmente gli occhi: la verità come Sole splendente capace di offrire significato e destinazione al nostro sguardo, di farci vedere, riconoscere, nominare le cose.

Non so se Lewis avesse in mente Platone o Chesterton quando scelse di collocare, al centro del mondo di Narnia, un lampione-albero ben radicato al suolo: una luce sempre accesa in mezzo alla foresta anche nei momenti più drammatici, quando tutto sembra perduto. Ne Il leone, la strega e l’armadio grazie a un portentoso passaggio, scoperto per puro caso nell’armadio delle pellicce del professor Digory Kirke, i quattro fratelli Pevensie vengono catapultati nel Regno di Narnia, dal quale torneranno dopo aver conosciuto Aslan il Leone e sconfitto la terribile Regina Bianca. Al termine della loro fantastica avventura raccontano tutto al loro ospite – quantomeno perché quattro delle sue pellicce sono ormai smarrite tra fauni e centauri. Il professore crede alla loro storia e li rassicura: torneranno a Narnia, ma non ora e non attraverso l’armadio. “Anzi, non cercate di andarci di proposito. Capiterà quando meno ve l’aspettate. […] Non parlatene troppo neanche tra di voi quattro; agli altri non dite nulla, a meno che non vi capiti di incontrare quelli che abbiano avuto avventure simili alle vostre. Eh, cosa dite? Come farete a riconoscerli? Lo capirete subito, diranno cose strane e il loro aspetto, lo sguardo… insomma, il segreto verrà fuori da solo. Tenete gli occhi aperti. Che Dio mi benedica, ma cosa insegnano ai ragazzi nelle scuole?”.

Tenere gli occhi aperti, per poter riconoscere il Mistero nel suo inaspettato manifestarsi: è questa la via. Presenza viva, assieme indomabile e struggente, da sempre protesa in direzione dell’uomo. Abbiamo scelto di decostruire la verità, abbiamo fatto nostra la filosofia del martello. Forse dovremmo prendere in considerazione l’idea di filosofare col lampione.

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