Il calcio dei “grandi”

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È iniziata la mia avventura con la categoria principe del calcio giovanile: gli Allievi, spartiacque tra il calcio dei piccoli e quello dei grandi, quella che fa “selezione” su chi potrà continuare a giocare e chi invece no.

La parola “selezione” è brutta, suona male, specialmente quando si parla di ragazzi e di sport. Non dovrebbe essere manco pensata. Chiaramente è il metodo e la mentalità del calciatore che fa la differenza: spirito di sacrificio, abnegazione e ambizione fanno la differenza tra chi potrà guadagnarsi categorie “importanti” nel calcio degli adulti e chi invece non spiccherà il volo o peggio, smetterà di giocare.

Crescendo, si sa, aumentano anche le responsabilità, gli impegni e la fatica. Solo chi riesce a giostrarsi al meglio con questa vita che assomiglia a quella degli adulti può davvero ambire a fare qualcosa di importante.

Nonostante la categoria, credo sempre sia fondamentale la crescita dell’individuo, che va a braccetto con la crescita calcistica.

Mi vien da pensare a Totti o a Maldini che a 16 anni esordivano in serie A: oltre alle indiscusse qualità e doti fisiche, sicuramente a fare la differenza è stata anche la loro personalità. Se non hai carattere, non giochi per vent’anni in serie A.

Si può considerare ragazzi di 15 anni come uomini? Per un certo verso si. Presentandomi alla squadra  la prima cosa che ho fatto è stato mettere molto in chiaro che la mia intenzione è quella di avere a che fare con persone mature, responsabili e consapevoli di ciò che gli verrà richiesto e di ciò che loro stessi vogliono. Hanno un’età per capire dove arrivare e quali obiettivi centrare.

Giocare a calcio, o più in generale inseguire le proprie aspirazioni, porta inevitabilmente a dei sacrifici per arrivare al traguardo. A un ragazzo di 15 anni si chiede dunque di avere la consapevolezza di ciò che si insegue, di ciò a cui si aspira e delle difficoltà che vanno affrontate, non dribblate o tanto meno evitate. Bisogna ingaggiare l’1c1 contro queste complicazioni, superarle e dunque crescere!

Al mister e alle figure che ruotano attorno a questi ragazzi spetta il compito di spianare la strada, di mettere il ragazzo nelle condizioni di crescere sapendo scegliere su ciò che è meglio o meno per se stessi ma soprattutto nei confronti degli altri. Una squadra di calcio rappresenta infatti  il primo gruppo di lavoro con cui i ragazzi si rapportano: lavorare insieme, rispettandosi, fidandosi e affidandosi l’un l’altro, tutte cose che i giovani si ritroveranno un domani quando sbarcheranno nel mondo del lavoro.

Venti persone che devono imparare a ragionare con un’unica testa, mettendo le proprie qualità a servizio dei compagni per centrare l’obiettivo comune…… che non è vincere, ma è crescere! Migliorare la qualità del gioco. Solo attraverso la qualità del lavoro si arriva alla vittoria.

Non ultimo, anzi, direi di primaria importanza, è il rispetto delle sensibilità di questi “piccoli uomini”, così diversi tra loro; all’apparenza così silenziosi ma con idee, valori ed  emozioni che troppo spesso vengono soffocate. Al mister e al calcio l’occasione per far “eruttare” questi ragazzi, facendoli esprimere al meglio fuori e dentro al campo, intravedendo gli uomini che diventeranno.

Per commentare la rubrica scriva a matteo.daolio@laliberta.info

Pubblicato in A bordo campo, Articoli

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