Messa per De Gasperi: l’omelia del vescovo Rabitti

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Pubblichiamo il testo dell’omelia pronunciata da monsignor Paolo Rabitti, arcivescovo emerito della diocesi di Ferrara-Comacchio, in occasione della Messa in ricordo di Alcide De Gasperi del 25 agosto 2018 nella Basilica di San Prospero a Reggio Emilia.

La prima lettura che abbiamo ascoltato e che ci ha emozionato, ha disteso dinanzi ai nostri occhi, l’atlante della prima terra recettiva del Vangelo (Ponto, Galazia, Cappadocia, Bitinia). Verso tale terra si è proteso Pietro, Apostolo (cioè etimologicamente, il “rialzo e il pilastro” della Chiesa) e ha gridato la novità di quell’ora: IL VANGELO E LO SPIRITIO SANTO: realtà che destano meraviglia agli Angeli; e Pietro ha supplicato di non conformarsi ad una condotta da ignoranti, ma di diventare santi (= kadosh: “totalmente altro“); vivendo da stranieri (= parrocchiani-forestieri-paroikéo), entrando nell’assoluto (ab-soluti = liberati dall’effimero e dall’ignoranza); concentrati e guidati da mente intelligente (= dianoéo = discernimento); da sobrietà di vita; con fede e speranza fissate in Dio, castificando le anime nella verità per amarsi come fratelli, rinati a nuova vita dalla Parola di Dio, perciò capaci e disposti ad amare di cuore.

Avendo oggi da scrutare (e cioè: da meditare, capire, riscoprire e venerare) la figura del Servo di Dio Alcide De Gasperi, vengono a noi le parole di San Pietro, cioè di Dio, quasi fossero una “TAC” che ci conduce nell’intimo di questo trentino, italiano, europeo; di questo cristiano, il cui “atteggiamento verso la vita ha come ragione di partenza il Credo e come prospettiva la speranza” (Sorelle De Gasperi, p. 8); di questo cittadino di cui è stato spesso cercato il mistero affermando che “Egli era uno di quegli uomini che praticavano il dovere silenzioso, che davano in intensità quello che toglievano in espressione, che esprimevano la gioia senza rumore, il dolore con virilità, talvolta col silenzio, ma senza mai disperazione” (Pacciardi 1957).

 

Scrutiamo qualche tratto di De Gasperi:

– De Gasperi credente

In Gv 6,28-29 viene chiesto a Gesù: “che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?” e Gesù risponde: “questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che Egli ha mandato“. Ha detto di sé De Gasperi: “Mi dicono abile, manovriero. Non è sempre un complimento. Preferirei vedessero in me un uomo di fede” (22.XI.1950).

E a 47 anni, De Gasperi scrive al suo Vescovo: “una stretta di mano agli amici e salgo su nella cupola e mi dico: ‘niente è perduto finché posso dire di appartenere a questa chiesa e alla comunione dei santi. Lassù racchiudo tutti gli sforzi, tutte le fatiche di una vita che credevo apostolato e ne lancio in alto la sostanza spirituale, che é come un soffio di slancio per la gloria di Dio“‘ (24.XI.1928, a Mons. Endrici).

E ricorda che Mons. Endrici “gli offrì insegnamenti ed esempi per l’educazione della sua volontà, che negli anni si stampano più forti nell’anima. Avere carattere vuol dire seguire i dettami della retta coscienza nell’adempiere, a qualunque prezzo, il proprio dovere in conformità agli impegni e alle funzioni assunte“. E aggiunge: “La libertà e la giustizia sono figlie di Dio e il cristianesimo applicato alla vita pubblica vuol dire lealtà, franchezza, coraggio, sacrificio“.

De Gasperi discepolo interiore “fedele operaio della causa di Dio” (Endrici)

De Gasperi scrive ancora al suo Vescovo, nel 1928, e già provato dall’esperienza di Vienna e dalle restrizioni fasciste che lo portarono alla prigione, alla disoccupazione, allo stato di vigilato speciale: “posso assicurare che in questi 3 anni di avversa fortuna non ho dimenticato gli insegnamenti della Chiesa e che nei momenti tranquilli ho ringraziato il Signore di aver levato dalla mia anima tante scorie con la linea del dolore; che ho riconosciuto il castigo e meritato l’umiliazione e ho benedetto la mano di Dio che, strappandomi alla vita dissipata dei pubblici affari, mi ha costretto a meditare sulla vita interiore. E tale vita, percorrendo, come dice l’imitazione di Cristo: “dilatato corde prata scripturarum”, ho vissuto con tali immeritati conforti da compensare qualsiasi pena” (24.X1.1928).

– De Gasperi sempre “proteso a fare della sua vita l’intensità di una missione”

Egli scriveva a Chiara Lubich: “per il cristiano che intende la politica come estrinsecazione della sua fede e come opera di fraternità sociale, e quindi di suprema responsabilità dei fratelli e del Padre comune, quell’angoscioso travaglio (cioè il pericolo di giorni amari per il nostro Paese) diventa un dovere inesorabile“.

E dichiarava ad Igino Giordani: “La realtà dei partiti è di tal fatta che spesso sento la tentazione di abbandonare qualsiasi ufficio nella speranza che un gesto di rinuncia possa dare esempio e soddisfazione. Ma SEMPRE mi trattiene lo stesso pensiero dell’unità da salvaguardare e mi afferra il senso di responsabilità che mi mette al confronto della Volontà del Signore“. E De Gasperi ebbe come risposta: “Questa è la politica di uno statista cristiano, che guarda all’umano con la visione del Divino” (1.XII.1952 e 5.X1I.1952).

La vita di De Gasperi segnata dalla Croce

Durante la prigionia e il pedinamento-piantonamento, egli scrive: “Il mancare dei miei pesa come piombo sull’anima … Solo Iddio può colmare il mio spirito e le mie apprensioni” (21.X.1928). E, dalle carceri scrive: “Da quel Regina coeli, bellissima parola pur così brutta nella situazione: ricordatevi di me presso il Signore affinché, se così debba essere, affronti con coraggio il mio destino: faccia cioè, né più né meno il mio dovere. Perché questo cammino della croce è pure ancora un cammino e questa inerzia io mi lusingo possa essere azione” (7.I.1928). Se a Regina Coeli De Gasperi fu bloccato ed inibito, da Presidente del Consiglio dovette essere come un funambolo, perfino nei confronti del Papa e di taluni cattolici. Egli scrisse a Pio XII: “Se è vero che noi uomini della faticosa attuazione abbiamo bisogno dell’ossigeno e della luce che provengono dall’idea, è anche vero che ci necessitano, ancora di più, comprensione ed incoraggiamento“. E aggiungeva: “posso assicurare che non opportunismo politico ci guida, ma ci ispira l’amore alla nostra civiltà nazionale, formatasi attorno alla grande opera risanatrice e illuminatrice della Chiesa” (16.III.1952).

E – pur soffrendo di un certo clima di riserva e di disappunto che gli proveniva da angustie della Santa Sede – affermò ed operò come “chi porta la responsabilità della decisione, ma anche come chi ha la responsabilità dell’azione“.

Non voleva e poteva condividere “quel clima che auspicava di aprire i battenti di Palazzo Colonna (“le porte dei secoli”, aperte anche al Fascismo) in cui si intrecciano lo scettro e il pastorale” (12.II.1929) e che chiamava “Formule d’ipocrita opportunismo che impecciano la stessa Chiesa” (28.V.1929).

De Gasperi, trasparente di vita e non iconizzabile da definizioni:

É emblematica un’affermazione confidenziale di De Gasperi: “Io per costume rifuggo personalmente da attribuirmi il titolo di cattolico” (16.IV.I954); e aggiunge: “Per il cristiano che intuisce la politica come estrinsecazione della sua fede e, soprattutto, come opera di fraternità sociale e, quindi, di suprema responsabilità in confronto dei fratelli e del Padre comune, l’angoscioso travaglio della situazione della Patria, diventa un dovere inesorabile“.

Potremmo intentare un esame di coscienza circa la vita di De Gasperi:

  1. a) Nitore di vita: “Egli era tra i fortunati che sanno portarsi dietro negli anni la

freschezza dell’innocenza” (Sorelle De Gasperi);

  1. b) Amore di sposo e di padre: nel momento del suo matrimonio il Vescovo gli scrive:

Ella può guardare ad un passato disinteressato e intemerato. La buona compagna della sua vita le sia sempre angelo confortatore” (14.VI.1922);

  1. c) Servizio non accaparramento: mi valgo di uno splendido testo di Paolo VI e lo riferisco tale e quale a De Gasperi: “La professione diventa un elemento positivo invece che negativo e neutro: diventa stimolo continuo da mettere in esercizio, quella famosa ‘consecratio mundi‘ che dovrebbe, a Dio piacendo, cambiare la faccia delle cose profane e temporali e renderle, nel rispetto della loro natura e delle leggi con cui si volgono e si affermano, degne del Regno di Dio” (4.XII.1968). E De Gasperi anticipava: “aver carattere vuol dire seguire i dettami della retta coscienza, nell’adempiere a qualsiasi prezzo, il proprio dovere, in conformità agli impegni e alle funzioni assunte” (27.V.1929)

Il Vangelo proclamato (dopo che la prima Lettura ci ha fornito la “TAC” per penetrare nella vita e nella storia di De Gasperi), ci offre la RIPROVA, definita da Gesù come verifica più esaustiva e cerziorante della genuinità dell’opera del cristiano: “dai frutti si riconosce l’albero, dal buon tesoro del suo cuore l’uomo buono trae fuori il bene“.

Nel 1950 De Gasperi scriveva, senza volerlo, la sua stessa biografia politica: “Vorrei documentare la speranza tenace dei tempi malvagi e provare come cattolico ortodosso e credente, attraverso l’illuminazione dell’esperienza altrui e quella propria, divenne politicamente umanista e recettivo di ogni cosa buona e di ogni fede nella libertà e tolleranza civile. Mi dicono abile manovriero. Non è sempre un complimento. Preferirei vedessero in me un uomo di fede” (23.XI.1950).

Mancavano 12 anni al Concilio Vaticano II. Ma qualche pertinente spiraglio fece già allora capolino, tanto che gli scrivono, deducendolo dai fatti: “questa è la politica di uno statista cristiano che guarda all’umano con la visione del divino” (3.XII.1952) e si auspica da lui “un metodo politico che sia, per tutti, garanzia di dirittura, onestà, fraternità, legalità di pace” (13.V.1948).

E De Gasperi scrive: “Quando mi preoccupo dell’unità non è che io pensi ad una disciplina esteriore, come di chi porta la stessa uniforme; ho l’ansia dell’unità intrinseca, il che vuol dire che nelle presenti circostanze in Italia solo cattolici uniti possono impedire lo slittamento verso la tirannia” (1.XII.1952).

Era un NO alla gestione esclusiva dell’umanità da parte di esclusivi cristiani. Bensì era un appello ai cristiani a non lasciare mancare all’umanità quanto era loro proprio.

Una magnifica sintonia con Paolo VI: “vedo in voi (cittadini) la città terrena sotto i suoi due aspetti caratteristici ed essenziali di autorità civile e di società temporale; e, perciò stesso, distinta dall’autorità religiosa e dalla società spirituale. Quindi non distinzione che spinge all’estraneità, alla incomprensione e al contrasto, bensì alla sana collaborazione che non annulla la rispettiva libertà, ma la rispetta e la auspica, mettendola in azione per il fine comune che è il bene dell’uomo” (6.XII.1962).

Ecco perché De Gasperi scrisse a Pio XII: “Non opportunismo civile ci guida, ma ci ispira l’amore della nostra civiltà nazionale, formatasi attorno alla grande opera illuminatrice e sanatrice della Chiesa. Ella si degni di raccomandare l’unità più operosa e più decisa affinché in Italia si possa consolidare uno stato di cose che assicuri alla Chiesa libertà e considerazione, ai cittadini dignità di uomini e di credenti, alle amministrazioni onestà e giustizia” (16.III.1952).

E valgano le parole di Schuman, dopo la morte (19.VIII.1954) di De Gasperi: “Le sue iniziative erano collegate ad idee che si formavano al di sopra delle contingenze del momento. Tutta la sua azione discendeva dai principi che egli aveva accettato una volta per tutte. La vita religiosa, la democrazia, l’Italia e l’Europa erano per lui dei postulati di una fede profonda, indefettibile. Egli aveva l’anima di un apostolo, ma non di un settario” (Rivista Civitas 1954). Restano vivissime le parole di De Gasperi ad Adenauer: “sempre unito con voi nella lotta per la democrazia, auguro che il nuovo anno ci avvicini all’ideale dell’Europa una e libera” (5.I.1954)        

Questo sarebbe l’albero autentico con frutti buoni.

Questo sarebbe il tesoro del cuore, di cui ci ha parlato il Vangelo, che irrorerebbe sia la Chiesa che l’umanità.

 

+ Paolo Rabitti

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana

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