El Maestro… di vita

Stampa articolo Stampa articolo

Archiviato il Mondiale russo, ci si chiede cosa sia rimasto di questo meraviglioso evento oltre al trionfo francese, alle giocate di Mbappè, alla sorprendente Croazia, al tonfo delle nazionali più blasonate, alle cadute degli dei Ronaldo e Messi e chi più ne ha, più ne metta.

Sicuramente ciò che resta è l’immagine di un uomo appoggiato ad una sola stampella.  Uno che ha saputo esportare in tutto il mondo la dignità di essere malato e di essere uno che lotta. E farlo nel patinato mondo del calcio credo sia un gesto estremamente coraggioso: alle immagini di aitanti calciatori e bellissime tifose, faceva da contraltare la vista di quest’uomo claudicante che sicuramente avrà commosso il mondo.

E così il Mondiale ci ha fatto conoscere la sindrome di Guillain-Barrè, rara patologia che colpisce il sistema nervoso per via batterica o virale e comporta disturbi ai muscoli delle gambe, del tronco e delle braccia fino a incidere sulle funzioni respiratorie e cardiache.

Sto parlando del commissario tecnico dell’Uruguay, il maestro Oscar Washington Tabarez, 70 anni e più di mezza vita passata sui campi di calcio.

Più che di un uomo malato, parlerei di un uomo innamorato della vita per l’esempio gioioso che ci ha mandato da bordo campo alla guida dei suoi ragazzi seguiti con trepidazione, attenzione e perchè no, anche con le dovute arrabbiature. 

Siamo nel mondo dell’apparente perfezione, in cui dobbiamo essere, pardon, sembrare, tutti perfetti e l’essere malato è un po’ paragonabile all’essere appestato di qualche secolo fa, quando gli ammorbati di peste venivano relegati ai margini della società.

Essere malati sembra essere una vergogna, un marchio da portarsi dietro per sempre. Quante persone che conosciamo hanno il pudore di non dire le proprie condizioni di salute, vuoi per orgoglio, vuoi per non essere compatiti o vuoi per non essere un peso per gli altri. Come biasimarli del resto, quando la mentalità del mondo di oggi è egoismo allo stato puro: ciò che conta sono solo io, chi mi sta attorno viene dopo.

Invece, El Maestro, come lo chiamano in Uruguay per i suoi trascorsi da insegnante, ha scelto la vetrina della Coppa del Mondo di Calcio per sbatterci in faccia la sua malattia, innamorato della vita al punto di giocare fino in fondo la propria partita con la malattia.

Cosa c’è di più vivo della propria passione, del fuoco che ci brucia dentro, della motivazione, che ha spinto quest’uomo a sedersi sulla panchina della propria nazione portando su quelle stampelle il peso di un’intera nazione che spera, conta e si affida alla propria nazionale. E come non sottolineare l’attaccamento dei giocatori al loro condottiero, a testimonianza di quel sottile filo invisibile che lega i giocatori al proprio allenatore. Si può essere i più bravi allenatori del mondo, ma se i tuoi giocatori non ti seguono, se non sono disposti a buttarsi nel fuoco per il loro condottiero, quella squadra non andrà da nessuna parte.

Il calcio è fatto anche di sentimenti, di dignità o se si vuole di amore per la vita come ci ha insegnato Oscar Tabarez, prima di tutto Uomo e poi selezionatore.

Come si sa il mondiale l’ha vinto la Francia. Se l’avesse vinto l’Uruguay parleremmo di favola a lieto fine, ma proprio l’allenatore della Celeste ci ha raccontato che la vita è la miglior partita che abbiamo da giocare e di non mollare mai fino al triplice fischio.

Per commentare la rubrica scrivi a matteo.daolio@laliberta.info

Pubblicato in A bordo campo, Articoli Taggato con:

Lascia un commento