Giovani al Pozzo di Giacobbe per imparare a vivere a Nazaret

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Cammino vocazionale per crescere nella fede e seguire il Maestro

Il 17 giugno è giunto al termine il secondo e ultimo anno del mio Pozzo di Giacobbe, percorso vocazionale che la nostra Diocesi dedica ai giovani per accompagnarli nella scoperta lenta, profonda e bellissima della risposta alla domanda: “Per chi sei?”, che ognuno di noi custodisce in sé. Ma dove? Non è facile trovare il posto in cui ci sciogliamo e, da matassa ingarbugliata che eravamo, diventiamo ordinati, direzionati, coerenti: pronti a dire “Eccomi”.

Mi sembra impossibile condensare in poche righe la ricchezza della sapienza che mi è stata suggerita in ognuna delle domeniche trascorse al Pozzo, ma ci provo, partendo dalla domanda degli apostoli al Maestro: “Dove abiti?” (Gv 1,35-40).
Scegliendo di intraprendere un percorso vocazionale siamo tutti partiti da lì: dal fascino irresistibile di Gesù, da un bisogno più o meno urgente di incontrarLo e fermarci a riposare dove Lui dimora, dove può farci sentire eternamente a casa. Nel corso di questi due anni, al Pozzo di Giacobbe, ho scoperto che Dio ci riserva uno sguardo vergine, con cui vede più di ogni altra cosa l’amore che siamo capaci di contagiare. La verità della vita sta lì: negli occhi misericordiosi di Dio, che penetrano le viscere del nostro essere e ci indicano ciò per cui siamo fatti: quel “per sempre” che solo il Padre può farci abitare.

Ho poi scoperto che nell’obbedienza non siamo meno liberi, anzi: incontriamo le mani del Signore, che ci hanno generato e ci rigenerano ogni giorno. Gesù ci viene incontro come qualcuno che è fuori di noi ma sa incarnarsi ancora, ci “aumenta” e ci porta ad aderire a noi stessi quando rispondiamo e crediamo alla promessa del Vangelo.
Sono riuscita persino a vedere nella povertà non una mancanza, ma uno spazio vuoto che Dio ha progettato e custodisce con cura, perché possiamo avere un luogo in cui vivere l’intimità con Lui. Essere poveri per essere pellegrini; per non impossessarci della nostra vita né dei progetti; per restare in relazione e ricordare che non possiamo “farci” da soli.

Continua a leggere tutto l’articolo di Cecilia Iotti su La Libertà del 25 luglio

Pubblicato in Articoli, Slide, Vita diocesana

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