Da una madre incontrata in ospedale ho capito come sorride la Madonna

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Proponiamo il testo integrale, rivisto dalle autrici, delle relazioni che Maria Teresa Moscato e Mariantonia Avati hanno tenuto il 29 maggio scorso al convegno “La donna e il suo genio”, svoltosi presso la sala conferenze del Museo diocesano di Reggio alla presenza del Vescovo. L’incontro prendeva le mosse dal Discorso alla Città pronunciato da monsignor Massimo Camisasca nella Messa per la solennità del patrono san Prospero il 24 novembre 2017.

Capisco che c’è sempre una sorta di pregiudizio nei confronti dei figli d’arte perché il più delle volte siamo esseri alla ricerca di un’identità che spesso tarda a definirsi e veniamo visti con diffidenza anche quando, come me, si è ultra cinquantenni.
Sono una regista tecnica, non sono una regista artistica e ci tengo a dirlo perché la capacità di fare arte non è una cosa che si succhia dal seno materno, una condizione che può essere educata, ma è una caratteristica con la quale si nasce. Io sono una tecnica, sono una di quelle figure chiamate laddove le produzioni hanno questioni pratiche nella realizzazione di un progetto, il mio mestiere mi permette di risolvere i problemi degli altri. Non firmo, sono l’equivalente dei ghost writers, autori che scrivono senza apparire.

La mia passione è sempre stata la scrittura, quest’anno debutto. Ho scritto un libro del quale non parlo stasera, in realtà mi sarà impossibile non farlo del tutto, ma che in qualche modo è all’origine di un mio mutamento, un cambiamento che riguarda, forse, il genio femminile, perché non ho ancora capito bene – da una soggettiva laica – questa espressione cosa contempli. Per quanto riguarda lo sguardo della fede, se fino a oggi non avevo chiari certi passaggi, adesso, dopo l’intervento della professoressa Moscato, tutto è più limpido nella mia mente. Dal punto di vista laico fatico a definire i confini di tale argomento.

Se io sono qui è per l’amicizia che mi lega a don Massimo che conosco da tanti anni, gli voglio molto bene, ci parliamo spesso e lui ha una rara qualità, quella che riscontro solo negli uomini che mi piacciono: lui mi parla cercando di capire se stesso dagli occhi delle donne che incontra. È un uomo che non pone filtri.
Un giorno eravamo in un ristorante, a Roma, ed è accaduta una cosa che è all’origine del mio libro. Dopo aver mangiato assieme un piatto di pasta, lui ha appoggiato la testa sulla mano e mi ha detto guardandomi negli occhi: “Parlami di me”. È stata una frase che mi ha conquistato del tutto e mi ha fatto capire che gli uomini più belli che ho incontrato nella mia vita sono quelli che non hanno rimosso il rapporto originario di osmosi e di empatia che hanno avuto con la madre, in quella fase in cui l’età permette ancora di non fare una distinzione di genere, ma che concede vicendevolmente di riconoscere nel figlio gli aspetti femminili e nella madre quelli maschili, che sono fisiologici.

Continua a leggere il testo integrale dell’intervento di Mariantonia Avati su La Libertà del 4 luglio

 

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana

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