Sogni mondiali

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Quel sogno che comincia da bambino

E che ti porta sempre piu lontano

Non è una favola – e dagli spogliatoi

Escono I ragazza e siamo noi

Così cantavano Gianna Nannini ed Edoardo Bennato nel 1990 in occasione del Mondiale disputato in Italia. Sarà che avevo 9 anni, sarà stata l’atmosfera che si respirava in quell’estate in cui gli occhi del mondo guardavano l’Italia, ma davvero mi sembrava di vivere un sogno. Del resto quando ci sono i Mondiali è come se il calcio mettesse per un mese il suo abito migliore: stadi meravigliosi, tifosi felici e tutti uniti in un tripudio di colori dove quello che sembra contare di più è fare festa ed essere uniti di fronte alle sorti della propria nazionale. Un mondiale molto spesso riaccende l’orgoglio di appartenere alla propria nazione. Non sarà un caso che spesso si senta dire che i giocatori in campo hanno il peso sulle spalle di milioni di tifosi, di stati interi che approfittano di questa vetrina per farsi conoscere.

Bello vedere il crogiolo di razze che riempiono gli stadi russi in questi giorni, tra le lacrime di chi esce sconfitto e gli abbracci di chi ha appena trionfato. Emozioni e sensazioni che solo una partita di calcio sa regalare. Sembra di essere al festival dell’umanità, lontani da guerre, crisi, rivalità politiche e tutti animati dalla speranza di arrivare in fondo alla competizione per sentirsi campioni del mondo.

E forse solo gli occhi sognanti dei bambini riescono a cogliere in pieno il senso di questa competizione. Ricordo ancora gli occhi sgranati di Totò Schillaci dopo aver segnato di testa tra i difensori austriaci nella prima partita del mondiale 90, col piccolo attaccante siciliano che incarnava il sogno di chi può davvero farcela, perché in quell’estate era tutta Italia che ce la faceva con il petto gonfio, quasi a scoppiare, ogni volta che risuonava l’inno di Mameli. Nel 1990 eravamo davvero tutti fratelli d’Italia. Di partita in partita, ad ogni gol di Schillaci, il nostro sogno prendeva forma: ore e ore passate in cortile a rigiocare tutte le partite della nazionale con tanto di telecronaca live… Baresi per Maldini, il quale gioca a Baggio.. avanza Baggio… Baggio Baggio… Schillaci… goooool!!!!  Col garage della vicina preso a pallonate… e finita la nostra partita sul cemento del quartiere Mirna, si correva a cena, per aspettare in religioso silenzio il collegamento con Bruno Pizzul, che in quell’estate è diventato di diritto uno di famiglia.

E dopo l’Austria, è toccato agli Stati Uniti prima e alla Cecoslovacchia poi cadere contro gli azzurri. Ottavi di finale, il sogno si avvicina, parte l’inno… Pizzul dà il via.. cuore a mille… l’Uruguay è forte dicono i grandi, mentre noi piccoli siamo incollati all’Etrusco, il pallone ufficiale di Italia 90, aspettando che gonfiasse la rete sudamericana. E puntuale arriva il gol…e poi il raddoppio.. siamo ai quarti e la festa inizia… col garage della vicina sempre più ammaccato e io alle prese con mia madre e la quarta doccia della giornata, stanco ma felice. Eliminata l’Irlanda, arriva la semifinale, contro l’Argentina di Maradona. Si gioca a Napoli. E non ho mai capito il perché. Quella sera la tensione si tagliava non solo al San Paolo, ma anche giù in cortile col condominio radunato davanti al garage (di un’altra vicina) per vedere la partita.

Se il cuore andava a mille con l’Uruguay, contro l’Argentina non era possibile contare i battiti. Quella sera a Napoli non c’era il clima festoso che c’era sempre stato a Roma. Lo stadio diviso a metà: da una parte la nazionale italiana, dall’altra Diego Armando Maradona, l’icona e il mito del popolo partenopeo e non solo. Quella sera ho capito che il calcio travalica ogni barriera, ogni differenza e che può davvero essere una speranza per un popolo intero. Un amore che non può essere paragonato a nessun’altro sentimento che si possa provare.

Fischio d’inizio… partita bloccata fino a che il solito Totò trova il gol. Ho perso le corde vocali dopo quel gol. Il sogno era li, ad un passo… e poi.. e poi sappiamo come è andata. Ricordo la voce da funerale di Pizzul. Le lacrime strozzate in gola. Il garage della vicina salvo… la realtà è più dura dei sogni, oppure il lieto fine è solo nelle fiabe. Maledetti rigori! La festa si è interrotta a 11 metri dal tripudio.

Eppure se ripenso al mio Etrusco tutto spellacchiato dopo quelle interminabili partite sul cemento, se ripenso alle cannonate tirate addosso a quel garage, se ripenso a quella maglia azzurra, davvero posso dire che quelle sono state notti magiche che solo l’emozione di un Mondiale di calcio sa raccontare e che solo i bambini sanno vivere con quel brivido che ti trascina via e scioglie in un abbraccio la follia.

 Notti magiche

Inseguendo un goal

Sotto il cielo

Di un’estate italiana

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Pubblicato in A bordo campo

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