In Italia ancora troppi morti sul lavoro

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Da la pagina de I Lettori de La Libertà del 20 giugno

Gentile direttore,
persino le grida di allarme nel feroce scambio di battute post-elettorali sono rimaste inascoltate. In nessun discorso e programmi dei politici hanno meritato una riflessione significativa le amare cifre dei decessi sul lavoro e nemmeno l’intenzione di come affrontare il fenomeno.
Sono oltre 13mila le morti bianche negli ultimi dieci anni con un incremento nel 2017 di una ventina di casi sul 2016. I lavoratori muoiono perché cadono dalle impalcature, sono investiti o schiacciati dai mezzi, bruciano in aziende che non hanno adeguati sistemi antincendio, soffocano in cisterne non aerate. Le leggi ci sono, i sindacati le hanno ottenute e i controlli almeno nelle grandi società dovrebbero funzionare. Ma la mancanza di rispetto o addirittura l’assenza delle norme sulla sicurezza, testimoniano una crudele continuità; per non parlare di infortuni (oltre 600mila). Così si prosegue a morire come in passato. La competizione con mercati sempre più esigenti, la paura di perdere se non si è all’altezza delle richieste, la necessità/volontà di restringere i tempi della produzione, annullano la percezione del pericolo nei datori di lavoro e nei dipendenti. Si ha l’impressione che i morti sul lavoro siano il prezzo da pagare per avere una occupazione.

E non solo al Sud arretrato. Sono le regioni con i più alti livelli occupazionali (Lombardia in testa), ad avere il maggior numero di vittime. Nelle proposte legislative il lavoro è preso in considerazione solo per regolare qualche stortura e per rendere più fluidi i meccanismi di mercato. E, tuttavia, ci ostiniamo a pensare che non sia sempre così. Che qualcuno, alla fine, darà una risposta a un’emergenza troppo dolorosa perché sia ancora taciuta.

Paolo Pagliani

Pubblicato in Articoli, Società & Cultura

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