Nel nome della legge

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Uno dei racconti più brevi e più belli di Guareschi – Cinque più cinque – ci porta nel paesino di Peppone e don Camillo, in un momento di altissima tensione politica (tanto per cambiare). Sindaco e parroco con le rispettive fazioni sono impegnati in una polemica dai toni sempre più accesi: in giro si inizia a temere che ci sarà una resa dei conti, e che sarà violenta.

Una sera, nella chiesa ormai deserta dove don Camillo è rimasto da solo a pregare, irrompe un Peppone particolarmente scuro in volto – una mano nascosta dietro la schiena a sorreggere non si sa cosa. Don Camillo si prepara a menare le mani, quando Peppone gli mostra il contenuto del fagotto: cinque lunghe candele. “«Sta morendo»”, sono le uniche parole dell’omone. E d’improvviso don Camillo ricorda una cosa che la bagarre politica gli aveva fatto dimenticare: il bambino di Peppone è molto malato da qualche giorno. “«Sta morendo», disse Peppone. «Accendetele subito»”. Don Camillo fa per sistemare le candele sotto il grande Crocifisso dell’altare, ma l’altro lo ferma: “«No!» – disse Peppone – «quello lì è uno della vostra congrega. Accendetele tutte davanti a quella là, che non fa politica». Don Camillo a sentir chiamare la Vergine «quella là» strinse i denti e sentì una voglia matta di rompere la testa a Peppone. Ma tacque e andò a disporre le candele accese davanti alla statua della Vergine […]. «Diteglielo!»  – ordinò con voce dura Peppone. Allora don Camillo si inginocchiò, e sottovoce disse alla Madonna che quelle cinque grosse candele gliele offriva Peppone perché aiutasse il suo bambino che stava male. Quando si rialzò Peppone era scomparso”.

A questo punto don Camillo cerca di sgattaiolare via il più velocemente possibile, ma la voce del Cristo lo inchioda: “«Don Camillo, cos’hai?». Don Camillo allargò le braccia: «Mi dispiace – disse – che abbia bestemmiato così, quel disgraziato. Né io ho trovato la forza di dirgli niente. Come si fa a fare delle discussioni con un uomo che ha perso la testa perché gli muore il figlio?»”. Il Cristo dà ragione a don Camillo: peccato solo, aggiunge, che Peppone abbia chiamato Sua Madre “quella là”, e il Cristo stesso “quello lì”. Don Camillo umilmente obietta che il Crocifisso deve aver compreso male: Peppone ha detto «Accendetele tutte davanti alla Beata Vergine Santissima che sta in quella cappella là»; e non intendeva fare un affronto al Cristo, ma solo al parroco: “«Lo giurerei, tanto ne sono convinto»”.

Don Camillo corre via senza aggiungere parola per rientrare più tardi, tutto agitato. “«Ve l’avevo detto», gridò sciorinando un pacco sulla balaustra. «Mi ha portato cinque candele da accendere anche a Voi! […] Sono più piccolette delle altre», spiegò Don Camillo, «ma in queste cose quello che conta è l’intenzione. E poi dovete tener presente che Peppone non è ricco, e con tutte le spese di medicine e dottori si è inguaiato fino agli occhi»”. Il Cristo commenta sorridendo che «Tutto ciò è molto bello». “Presto le cinque candele furono accese e pareva che fossero cinquanta tanto splendevano. «Si direbbe persino che mandino più luce delle altre» osservò Don Camillo. E veramente mandavano molta più luce delle altre perché erano cinque candele che don Camillo era corso a comprare in paese facendo venir giù dal letto il droghiere e dando soltanto un acconto perché don Camillo era povero in canna. E tutto questo il Cristo lo sapeva benissimo e non disse niente, ma una lagrima scivolò giù dai suoi occhi e rigò di un filo d’argento il legno nero della croce. E questo voleva dire che il bambino di Peppone era salvo. E così fu”.

Rileggo periodicamente questo racconto, specialmente in momenti di bilancio come la fine dell’anno scolastico: dice l’unica cosa che valga la pena ricordare quando mi trovo davanti ai visi dei miei studenti, come a quelli dei miei figli. Una verità che ho bisogno di tenere stretta quando mi guardo allo specchio e quando invece volgo lo sguardo indietro, quando ripenso alle soddisfazioni e ai fallimenti, alle fatiche e alle gratificazioni: specialmente quando sarei presa dalla tentazione di sgomitare, di scandalizzarmi per le ingiustizie subite o viste, di lasciarmi coinvolgere dal turbinio irrequieto che così spesso agita, quasi palpabile, le relazioni e i luoghi di lavoro.

Più spesso di quanto saremmo disposti ad ammettere ci illudiamo di essere padroni di quello che ci accade, di quello che costruiamo con il nostro sforzo, dei risultati che conseguiamo – padroni, talvolta, persino del nostro pregare e domandare, dei suoi esiti. A maggior ragione, così, ci ferisce la nostra impotenza, con la quale nonostante tutto prima o poi inevitabilmente ci scontriamo: ma è proprio lì che si annuncia il mistero della nostra esistenza.

È strana la legge che regola le nostre vite e salva anche i nostri slanci più nascosti, affogati nelle nostre meschinità quotidiane. Ciò che viene offerto con amore, per quanto poco sia, non si perde: si moltiplica anzi, come la luce di cinque povere candele. Come i cinque pani e i due pesci che un fanciullo, duemila anni fa, trasse fuori dalla sua bisaccia perché fossero nutrite cinquemila persone affamate. Lì dove il nulla sembra voler invadere le nostre giornate e ci sentiamo sottratti a noi stessi, al centro delle fatiche piccole e grandi, in ogni asprezza più o meno decisiva: è proprio lì che possiamo scegliere. Il niente o il tutto. La ribellione o l’offerta.

E, come per meraviglioso risvolto, dal cuore di ogni nostra gioia ci afferra – anche solo per un attimo – un’intuizione decisiva. Dietro ad ogni scintilla del bene che attraversa la nostra vita c’è un’offerta silente, il sacrificio nascosto di qualcuno che forse neppure conosciamo. Una catena robusta ci lega gli uni agli altri, sottile come filo di seta. Paradosso del nostro vivere, per cui niente di quello che abbiamo e facciamo – nemmeno i nostri meriti – è solo ed esclusivamente “nostro”. Siamo debitori, fino alla fine.

A volte ci penso, oso sperarlo: quando ogni velo sarà caduto dagli occhi li vedrò tutti, da dietro la cortina del tempo saprò: tutti coloro ai cui sacrifici offerti con amore dovrò la felicità assaporata, il bene conosciuto, l’affetto ricevuto. Volti noti e sconosciuti, già da adesso misteriosamente intrecciati alla mia vita.

Perché questa è la legge, e Amore è il suo nome. 

Per commentare la rubrica scrivi a giorgia.pinelli@laliberta.info

Pubblicato in Articoli, Il tutto nel frammento

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