Pastorale e giovani, un decalogo

Stampa articolo Stampa articolo

Parla don Armando Matteo, autore del libro «La Chiesa che manca»

“Spendi il massimo delle tue energie per convertire gli adulti al loro compito educativo; insegna a tutti ad onorare la vocazione all’adultità propria di ogni essere umano; riscopri la centralità del terzo comandamento; insegna a pregare, sempre; credi di più nella Bibbia; esci dagli schemi e pensa per singolarità; unisci sempre sacramenti e carità; scommetti sulla creatitivà digitale delle nuove generazioni; impara dai monaci l’arte del silenzio e della contemplazione; abbi sempre molto chiaro in mente cosa significhi essere adulto credente nel contesto specifico in cui ti trovi a lavorare”.
è il “decalogo di pastorale giovanile vocazionale” formulato da don Armando Matteo per “dare volto e forma a quel sogno di una Chiesa inquieta che papa Francesco ha voluto condividere e consegnare ai cattolici italiani riuniti a Firenze nel novembre 2015”.
Il punto di partenza: alla Chiesa italiana mancano all’appello in primo luogo i ragazzi e i giovani, oltre alle donne. Abbiamo intervistato don Matteo prendendo spunto dal prossimo Sinodo dei giovani e dal suo nuovo libro, “La Chiesa che manca”, che fa parte della collana “Evangelii gaudium” del Gruppo editoriale San Paolo, presentata al Salone del Libro di Torino alla presenza di monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei.

Non più giovani “contro”, ma giovani “senza” Dio: condivide la fotografia dell’universo giovanile contenuta nel Documento preparatorio del Sinodo?
È certamente una fotografia che ritrae bene i giovani italiani, la grande maggioranza dei quali non si pone contro, ma sta imparando a vivere senza il Dio del Vangelo e senza la Chiesa. Nei giovani del nostro Paese la religione rimane quasi sempre e quasi solo come una sorta di “rumore di fondo”, pur avendo per lunghi anni frequentato la parrocchia, gli oratori, le associazioni, i movimenti e l’insegnamento della religione a scuola. Insomma dopo 1.000 minuti di prediche, 5.000 minuti di catechismo e 500 ore di religione a scuola, nella maggior parte di loro la religione non incide quasi per nulla sul processo di creazione della propria identità adulta.

Continua a leggere tutto l’articolo di Maria Michela Nicolais su La Libertà del 13 giugno 

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana

Lascia un commento