Monsignor Giuseppe Mora

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Un prete che si credeva d’“antico stampo”

Monsignor Giuseppe Mora, è stato per tanti anni una figura di primissimo piano nella Chiesa reggiana, soprattutto dal 1966, quando il vescovo Mons. Gilberto Baroni, giunto a Reggio da un anno, lo ha chiamato dal seminario di Marola, nominandolo suo Vicario Generale. Incarico che conserverà anche con l’arrivo del vescovo Gibertini nel 1989 fino al 1995. Nato a Gattatico il 16 gennaio 1916 da famiglia operaia, ultimo di tre fratelli, ben presto con la famiglia si trasferì a S. Ilario d’Enza, nel quartiere più popolare chiamato “La Mura”. A dodici anni è entrato in seminario. Dopo le medie e il ginnasio a Marola, frequenta i tre anni di liceo e i quattro anni di teologia nel seminario di Albinea. Ordinato sacerdote nel 1940, la sua vita sacerdotale si è svolta nei primi 26 anni nel seminario di Marola come vicerettore, poi per 36 anni al centro diocesi, risiedendo nel seminario di Reggio, e gli ultimi sei anni nella Casa Famiglia Mattioli Garavini di Casalgrande. L’insegnamento di svariate discipline, a Marola, gli ha consentito di coltivare e sviluppare attitudini, competenze in diversi ambiti dalla matematica all’arte, alla storia, agli studi biblici e teologici, che hanno trovato una particolare espressione nel nuovo ruolo diocesano di vicario generale, consentendogli di affrontare svariati problemi nei settori più disparati. Chi lo ha avvicinato ne ha potuto apprezzare l’accoglienza, la disponibilità al dialogo, la sensibilità d’animo, qualità che il suo carattere schivo non riusciva a nascondere. Pur pressato da impegni molteplici, da sostituzioni talvolta repentine disposte dal vescovo Baroni, non per questo cedeva alla agitazione o all’attivismo frenetico. Lo sosteneva una spiritualità forte alimentata, tra l’altro, da una fedeltà assoluta ai momenti di preghiera: al mattino la recita dell’Ufficio delle Letture e la immancabile meditazione, la visita pomeridiana nella chiesa di San Giorgio, dove si dedicava al ministero delle confessioni.
Alla domenica, quando non era impegnato nella amministrazione delle Cresime o in altri incarichi, per tanti anni ha confessato e celebrato nella chiesa di San Zenone in città in aiuto fino all’ultimo a don Dante Caliceti.
Un’attività molto intensa la sua, svolta senza agitazione o affanno apparente, che non gli ha impedito regolari visite ai malati, soprattutto ai sacerdoti, sia in ospedale che nella loro abitazione.

Continua a leggere tutto l’inserto Memoria Ecclesiae su La Libertà del 13 giugno

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