Chiamati alla speranza

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All’interno del percorso della Scuola Teologica Diocesana (STD) di quest’anno sulla visione cristiana dell’uomo, proponiamo l’intervento di don Daniele Moretto, direttore della Scuola Teologica Diocesana e docente del corso sulla Chiesa.

Solitamente si confonde la speranza con un ottimismo di fondo che sorgerebbe spontaneamente da alcune predisposizioni del carattere o che può essere raggiunto mediante un continuo sforzo di pensare positivo. In questo caso “sperare in Dio” equivale a dire “auspico di avere Dio propizio” o quanto meno “mi sforzo di pensare che Dio non mi sia avverso”. Purtroppo però questa era proprio la concezione che avevano gli antichi pagani! Essi infatti intendevano la speranza come un’attesa degli eventi futuri, per cui era necessario precisare se era buona o cattiva speranza. Significativo il mito per cui Zeus avrebbe dato all’uomo un vaso ricolmo di beni, ma poi l’uomo ne avrebbe incautamente sollevato il coperchio, per cui tutti i beni sarebbero ritornati presso gli déi, lasciando nel vaso solo la speranza, che almeno avrebbe potuto confortare gli uomini, ora privi di ogni bene. Da qui l’aspetto consolatorio della speranza davanti ai capricci del Fato e da qui la necessità di strumenti per focalizzare in qualche modo gli eventi futuri, dalla consultazione di veggenti all’elaborazione di oroscopi basati sui movimenti astrali.

Ma noi cristiani abbiamo la stessa concezione di speranza che avevano gli antichi pagani? E se non è così, visto che la speranza riguarda un futuro in gran parte ignoto, come distinguerla dall’illusione?
Anzitutto va detto che la speranza non è soltanto rivolta al futuro, ma è il nesso che congiunge passato, presente e futuro. La speranza riguarda perciò la questione cruciale di ogni libertà nella storia: anticipare il futuro, entro le condizioni del passato, attraverso un impegno nel presente.
Poi va precisato che per noi cristiani la speranza è – insieme alla fede e alla carità – una “virtù teologale”, cioè una disposizione interiore permanente che non nasce da certe predisposizioni o da determinati sforzi, ma è dono di Dio. Infatti nasce e si sviluppa nella relazione con Lui, che è affidabile e quindi suscita in noi la fede, che è amore gratuito e quindi suscita in noi la carità, che ci tiene stretti per mano e quindi suscita in noi la speranza.

Continua  a leggere tutto l’articolo di Daniele Moretto su La Libertà del 6 giugno

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