“Sono qui per un sostantivo: persona”

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Pubblichiamo il testo integrale dell’intervento di monsignor Camisasca alla veglia di preghiera a Regina Pacis domenica 20 maggio.

Cari fratelli e sorelle,

cari amici,

molti si sono chiesti perché il vescovo vada a presiedere la veglia nella parrocchia di Regina Pacis. Sono qui per continuare un dialogo, un dialogo iniziato in realtà tanti anni fa, con le persone che provano attrazione per altre persone dello stesso sesso, venute da me come amico e sacerdote, per essere aiutate, confortate e consigliate nel loro cammino. Un dialogo che ho vissuto in questi anni con gli amici che partecipano ai momenti di preghiera e di condivisione di Courage; dialogo che infine ho iniziato in questa parrocchia in occasione dell’incontro con taluni di voi, giovani e genitori.

Questa sera ci sono tante persone provenienti da tanti luoghi, ma io voglio innanzitutto continuare il dialogo con coloro che ho incontrato qui: percepite perciò queste parole che dico per tutti come se fossero rivolte soprattutto a voi.

Che cosa significa dialogare per un vescovo? Significa incontrare le persone per aiutarle nel loro cammino verso Cristo. Io non ho altri scopi, né altri intendimenti, né altre preoccupazioni. Non sono qui per una sigla, Lgbt, che non mi appartiene. Neppure per un aggettivo, gay. Sono qui per un sostantivo: persona. Voi siete delle persone. Il vescovo vuole solo aiutare le persone, tutte le persone, di qualunque colore della pelle, di qualunque etnia, di qualunque lingua, di qualunque orientamento sessuale. Desidero anche parlare con coloro che non credono o non credono più, la cui fede è tormentata dal dubbio, dall’incertezza, dal rancore. Il vescovo deve creare dei ponti, ponti tra l’uomo e Dio, tra l’uomo e Cristo. Egli non è il padrone di Cristo. Non può presentare un Cristo fatto a sua misura. Non ha il potere di diminuire la verità della vita o di cercare un banale minimo comune denominatore che possa mettere tutti d’accordo.

Vedete, cari amici, sul mio abito nero c’è una croce. Io sono portatore di questa croce. Essa è il segno non della morte, ma della vita. È il segno che Dio si è fatto uomo per ogni uomo, per salvare ogni uomo, per risollevare ogni uomo dai suoi limiti e dalle sue colpe, per aiutare e per perdonare chi si accosta a lui con fiducia e pentimento. La croce è la strada verso la resurrezione, verso la vita. Sono venuto perciò per annunciarvi, ancora una volta, che il Dio cristiano è il Dio della vita e non della morte, della gioia e non della paura.

Nello stesso tempo non posso nascondere che Gesù ha parlato di sé come della porta, della porta stretta. Come ciascuno di noi sa, camminare lungo le strade della vita vuol dire anche affrontare prove e sacrifici, che talvolta possono sembrare disumani o impossibili. Ma essi, con l’aiuto di Dio, appaiono invece possibili e addirittura affascinanti. È bello amare, anche se questo provoca fatica. Anzi, se si ama, si ama anche la fatica per coloro che si ama. È una frase di sant’Agostino, che volentieri affido alla vostra riflessione.

Vi considero dunque figli a tutti gli effetti. Posso dirvi anche: figli amati e desiderati, proprio perché so che alcuni di voi hanno attraversato, o forse ancora attraversano, difficoltà di vario genere e si sentono oggetto di incomprensione o addirittura di dileggio o esclusione. Alcuni di voi hanno vissuto forse (dico forse perché non vi conosco personalmente) tempi difficili, chiedendosi prima: “Chi sono io? Qual è la mia identità?”, chiedendosi poi: “Con chi posso parlarne? Chi mi può aiutare? Cosa diranno? Cosa penseranno? Cosa faranno?”. Sentiva magari parole offensive e si chiedeva: “E se sapessero che offendono anche me?”.

Dunque sono venuto qui per ascoltarvi. Anche se mi è stato chiesto di parlare prima di voi, non voglio che questo significhi che non sarò in ascolto. Sono venuto per incontrarvi. Non so cosa pensiate della Chiesa. Forse qualcuno di voi la sente come una madre, qualcuno come una matrigna, qualcuno la pensa retrograda, incapace di rispondere alle attese degli uomini. Di tutto questo parleremo, se avremo occasione di ritrovarci. Io penso che la Chiesa sia madre e che tutti noi, battezzati, siamo i suoi figli. Nella Chiesa non ci sono figli e figliastri. Tutti, in ragione del battesimo, siamo membra del corpo di Cristo. Proprio per questo, tutti, dal vescovo all’ultimo dei battezzati, siamo chiamati a conoscere colui che ci ha aperto le porte della sua casa e a rispondere alla sua domanda: “Seguimi!”. Cosa mi chiedi, Signore? Qual è la mia vocazione? Quali passi vuoi che compia?

Cari amici, questa sera sono venuto a dirvi con franchezza che non possiamo trovare risposte a queste domande nelle filosofie del mondo, nelle logiche dominanti di questa terra. Solo Gesù sa cosa c’è nel nostro cuore. Solo lui può aiutarci a trovare una luce per le nostre attese. Egli conosce le nostre debolezze, le nostre fatiche, ma anche i nostri doni, le nostre speranze. Sono venuto a dirvi: non lasciamoci catturare dalle ideologie del mondo!

Ecco allora, cari amici, la seconda ragione per cui sono qui. Sono qui per pregare. Voglio spiegarvi cosa vuol dire per me veglia di preghiera contro l’omofobia. Vuol dire attingere ancora una volta allo sguardo che Gesù ha avuto sull’uomo e sulla donna, e domandare a Dio che questo sguardo possa entrare anche in noi. In ogni uomo e ogni donna Gesù ha visto l’orma del Padre, un figlio di Dio, una creatura. Non è stato connivente con nessun peccato degli uomini. Ma nello stesso tempo, non ha mai lasciato che la persona fosse definita se non da questo: che essa è figlio di Dio. Perciò, se oggi possiamo dire: “Nel tuo essere straniero, nel tuo essere di pelle diversa da me, nel tuo orientamento di vita, non c’è nulla per cui possa o debba escluderti, discriminarti o addirittura odiarti – come dice la parola omofobia –”, lo dobbiamo proprio a lui, a Gesù. Il suo è stato un seme, non sempre seguito e accolto neppure dai suoi seguaci. Occorre una continua conversione del cuore perché la misura dell’amore di Gesù entri dentro di noi. Per questo partecipo alla sofferenza di chi si è sentito colpito «da ingiusta discriminazione» (CCC 2358).

Cari amici, in un vero dialogo, in un vero incontro, ciascuno deve con delicatezza e pazienza presentare tutto se stesso. Mi sentirei perciò disonesto se non ponessi qui, per tutti noi, alcune domande. Non voglio che mi rispondiate ora. Nello stesso tempo le affido a voi, alla vostra riflessione, alla sincerità del vostro cuore. Desidererei che nel silenzio dalle voci del mondo, ciascuno potesse riflettere seriamente e chiedere a se stesso quale sia la propria posizione a riguardo delle cose che dirò. Siete qui per una veglia di preghiera, nella casa di Dio, e, in questo contesto, trovano la loro giusta collocazione le mie parole.

La prma domanda riguarda le diverse forme dell’amore. Senza entrare in una dettagliata analisi, è chiaro a tutti che esistono diverse forme di amore. C’è l’amore del marito per la moglie, dei genitori per i figli, di un amico per un amico… non tutte queste forme hanno lo stesso valore e significato per la società e per la Chiesa.

La Chiesa, attingendo al libro della Genesi e alla predicazione di Gesù, ha sempre considerato il matrimonio un’espressione particolare dell’amore, che lo rende una cellula decisiva della società. Per matrimonio intende l’incontro fecondo tra l’uomo e la donna. Perché dobbiamo chiamare retrogrado o superato questo convincimento? Custodire il bene della famiglia, chiamare matrimonio soltanto l’unione tra l’uomo e la donna non è forse un bene fondamentale per tutti? Se siamo qui, non è forse perché siamo nati nell’incontro tra un uomo e una donna?

Ho una seconda domanda, forse meglio dire una seconda riflessione. Ogni forma di amore esige una distanza. Con questo voglio intendere ciò che ho detto all’inizio: ogni forma di amore porta dentro di sé una croce, la necessità di non fare dell’altro un oggetto a nostra disposizione. Per questo, nella dichiarazione con cui ho reso pubblica la mia partecipazione a questa veglia, ho parlato di castità. So benissimo che essa non è più di moda e forse risulta ai più una parola incomprensibile, che suona di tempi passati, forse anche per colpa di noi uomini di Chiesa. In realtà, se ci pensiamo, dobbiamo ringraziare chi ci aiuta a non guardare all’esercizio della sessualità come una strada per appropriarci dell’altro. Questa è la ragione per cui, essendo i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso preclusi alla nascita di una nuova vita, la Chiesa considera tali rapporti disordinati (CCC 2357). Mi rendo conto di dire una parola difficile, forse dura. Sarei serio con voi se non la dicessi? Vi nasconderei quello che è il mio profondo convincimento. Siete chiamati, se siete credenti, a realizzare la volontà di Dio nella vostra vita, sapendo che Dio non chiede a nessuno cose impossibili e che egli guarda nel profondo del nostro cuore, valorizzando anche ogni piccolo passo verso di lui.

Cari fratelli e sorelle, qualunque sia il modo con cui avete recepito le mie parole e con cui io sia riuscito a parlarvi, ciò che conta è che siamo qui insieme a pregare. Prendete coraggio, dunque. Non siete soli a portare i vostri pesi. La Chiesa vi accoglie e vi ama. Il vescovo è qui con voi. Affido tutte queste mie riflessioni e questo mio appello alla vostra preghiera e al vostro cuore. Troverete in me sempre una persona che, se vorrete, vi potrà ascoltare e, per quanto mi sarà possibile, accompagnare.  Amen.

 

+ Massimo Camisasca

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