«Sono qui per aiutarvi a camminare verso Cristo»

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Sera di Pentecoste, parrocchia di Regina Pacis: l’annunciata “veglia per il superamento dell’omofobia, della transfobia e dell’intolleranza” si svolge in una chiesa gremita; attorno al sagrato, Carabinieri, Polizia e Digos a causa delle tensioni dei giorni precedenti. Grazie a Dio non dovranno intervenire. Brevissimo riassunto delle puntate scorse: monsignor Camisasca comunica la sua decisione di presiedere la veglia, scelta umile e coraggiosa; viene attaccato a più riprese da un gruppuscolo di “cattolici riparatori”, incassa una solidarietà sovrabbondante e si presenta all’appuntamento: “È, da parte mia – aveva scritto nel suo comunicato del 15 maggio – un segno di vicinanza alle persone con orientamento omosessuale e ai loro genitori, affinché si sentano figli della Chiesa e prendano in considerazione la dottrina cristiana sull’uomo e sulla salvezza”.

Detto, fatto. Oltre al parroco don Paolo Cugini e al Vicario generale monsignor Alberto Nicelli, sono presenti tra i banchi almeno una dozzina di sacerdoti diocesani e, tra i numerosi fedeli, anche uomini e donne che provano attrazione per persone dello stesso sesso, proprio coloro per i quali il vescovo è venuto, per “continuare un dialogo”. Camisasca lo fa con parole ancora una volta paterne e chiare, coniugando verità e misericordia, senza fare sconti alle ideologie che rendono schiavo il mondo, quella omosessualista inclusa. “Dialogare – dice con voce ferma – significa incontrare le persone per aiutarle nel loro cammino verso Cristo. Io non ho altri scopi, né altri intendimenti, né altre preoccupazioni. Non sono qui per una sigla, Lgbt, che non mi appartiene. Neppure per un aggettivo, gay. Sono qui per un sostantivo: persona. Voi siete delle persone. Il vescovo vuole solo aiutare le persone, tutte le persone, di qualunque colore della pelle, di qualunque etnia, di qualunque lingua, di qualunque orientamento sessuale. Desidero anche parlare con coloro che non credono o non credono più, la cui fede è tormentata dal dubbio, dall’incertezza, dal rancore. Il vescovo deve creare dei ponti, ponti tra l’uomo e Dio, tra l’uomo e Cristo”.

Indicando la croce sul suo abito nero il Vescovo ricorda che il Dio cristiano è il Dio della vita e non della morte, della gioia e non della paura. “Nello stesso tempo – prosegue – non posso nascondere che Gesù ha parlato di sé come della porta, della porta stretta. Come ciascuno di noi sa, camminare lungo le strade della vita vuol dire anche affrontare prove e sacrifici, che talvolta possono sembrare disumani o impossibili. Ma essi, con l’aiuto di Dio, appaiono invece possibili e addirittura affascinanti. È bello amare, anche se questo provoca fatica”. E rivolgendosi in particolare a quanti aveva già incontrato a Regina Pacis in occasione dei ritrovi mensili promossi da don Cugini, il Vescovo aggiunge: “Vi considero dunque figli a tutti gli effetti. Posso dirvi anche: figli amati e desiderati, proprio perché so che alcuni di voi hanno attraversato, o forse ancora attraversano, difficoltà di vario genere e si sentono oggetto di incomprensione o addirittura di dileggio o esclusione”. Il pastore viene dunque per incontrare e ascoltare, ma anche per pregare, che vuole dire “attingere ancora una volta allo sguardo che Gesù ha avuto sull’uomo e sulla donna, e domandare a Dio che questo sguardo possa entrare anche in noi”, il che richiede una continua conversione del cuore.

Non si dà, tuttavia, vero dialogo se ciascuno non presenta con onestà tutto se stesso: per questa ragione il Vescovo lascia all’assemblea alcune domande, come riflessioni aperte da custodire. La prima  riguarda le diverse forme dell’amore, perché non tutte hanno lo stesso valore. “La Chiesa, attingendo al libro della Genesi e alla predicazione di Gesù, ha sempre considerato il matrimonio un’espressione particolare dell’amore, che lo rende una cellula decisiva della società. Per matrimonio intende l’incontro fecondo tra l’uomo e la donna. Perché dobbiamo chiamare retrogrado o superato questo convincimento? Custodire il bene della famiglia, chiamare matrimonio soltanto l’unione tra l’uomo e la donna non è forse un bene fondamentale per tutti? Se siamo qui, non è forse perché siamo nati nell’incontro tra un uomo e una donna?”, chiede monsignor Camisasca. La seconda riflessione si riferisce alla distanza che ogni forma di amore esige: “Ogni forma di amore – spiega il Vescovo – porta dentro di sé una croce, la necessità di non fare dell’altro un oggetto a nostra disposizione”. Ecco la via della castità. “So benissimo – continua –  che essa non è più di moda e forse risulta ai più una parola incomprensibile, che suona di tempi passati, forse anche per colpa di noi uomini di Chiesa. In realtà, se ci pensiamo, dobbiamo ringraziare chi ci aiuta a non guardare all’esercizio della sessualità come una strada per appropriarci dell’altro. Questa è la ragione per cui, essendo i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso preclusi alla nascita di una nuova vita, la Chiesa considera tali rapporti disordinati (CCC 2357). Mi rendo conto di dire una parola difficile, forse dura. Sarei serio con voi se non la dicessi? Vi nasconderei quello che è il mio profondo convincimento. Siete chiamati, se siete credenti, a realizzare la volontà di Dio nella vostra vita, sapendo che Dio non chiede a nessuno cose impossibili e che egli guarda nel profondo del nostro cuore, valorizzando anche ogni piccolo passo verso di lui”.

Seguono le testimonianze di due giovani, i canti, i momenti di silenzio, la confessione di peccato e quella di fede. Prima delle preghiere di intercessione vengono ascoltate alcune letture bibliche, in particolare Deuteronomio 8,2-3 e Galati 5,13-14.18, su cui il vescovo Massimo si sofferma con alcune sottolineature: una è proprio sull’importanza della preghiera, che aiuta a non farsi seppellire dai ricordi e a riconoscere l’opera sempre prodigiosa del Signore nella nostra vita, un’altra è sulla pedagogia di Dio, infinitamente paziente e ogni giorno esigente. Dopo il gesto della pace e un brano in francese cantato e danzato da un coro africano, la serata si conclude con la benedizione e con il curioso scambio dei sassi colorati che all’ingresso erano stati distribuiti ai partecipanti. Il senso? Siamo pietre vive, diverse ma tutte necessarie all’edificazione della comunione, nella casa di Dio. In una Chiesa di cui il Vescovo ha fatto di tutto per mostrare il volto di madre. E un giovane, alla fine, ringrazia pubblicamente quel padre che – parole letterali – “si è fatto nostro fratello in Cristo”. Il messaggio, nella sua integrità faticosa ma possibile nella grazia di Dio, è stato accolto.

 

Edoardo Tincani

Pubblicato in Articoli, Slide, Vita diocesana

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