L’uomo peccatore riconciliato con Dio

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TANTI NOMI PER UN SACRAMENTO
Per indicare il quarto sacramento i documenti ufficiali della Chiesa e i trattati di teologia usano generalmente il termine “penitenza”. È il termine più antico, in quanto paenitentia è il vocabolo latino che traduce il greco metanoia, cioè conversione. Oggi però il vocabolo penitenza, nell’uso comune, ha un significato del tutto diverso. Per questo stanno entrando in uso anche altri termini: “sacramento della riconciliazione” o “del perdono” o “della conversione”. Ciascuno di essi designa questo sacramento, partendo da un aspetto particolare. Nel linguaggio corrente si usa da secoli il termine “confessione”; forse non è il più adeguato, perché designa solo un aspetto del rito. È bene quindi che anche gli altri termini entrino nell’uso comune.

Perché serve un sacramento per il perdono dei peccati?
Non basta pentirsi e chiedere perdono a Dio?
Forse qualche volta abbiamo pensato che il peccato e la conversione fossero problemi che riguardano soltanto il nostro rapporto con Dio. In realtà le cose non stanno così: il peccato e la conversione sono cose che riguardano il nostro rapporto con Dio e con gli altri. Ogni peccato ha infatti una dimensione verticale (è una rottura o un indebolimento del nostro legame con Dio) e contemporaneamente una dimensione orizzontale (è una ferita che infliggiamo alla Chiesa, che la rende povera). Per questo l’introduzione al Rito della Penitenza (RP) afferma che nel sacramento i fedeli “ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui e insieme si riconciliano con la Chiesa, che è stata ferita dal loro peccato, ma che mediante la carità, l’esempio e la preghiera coopera alla loro conversione” (RP 4).

La conversione di un peccatore non è mai un fatto privato. La preghiera che pronuncia il sacerdote, dopo la confessione dei peccati, ricorda che “Dio, Padre di misericordia, ha riconciliato a sé il mondo nella morte e risurrezione del suo Figlio”: quando un cristiano si riconcilia con Dio e riprende un cammino di fedeltà a Lui, la Chiesa e il mondo intero diventano più belli e più santi. Infatti i mali del mondo sono la somma dei mali di tante persone. Perciò ognuno di noi, partendo da se stesso e dalla sua conversione, ha la possibilità di cambiare in meglio la Chiesa e il mondo. Anche per questo è necessario ricevere il perdono di Dio attraverso il sacerdote: egli rappresenta la Chiesa e l’umanità intera.

Continua a leggere tutto l’articolo di don Edoardo Ruina su La Libertà del 2 maggio

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana

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