Quale «presenza dei laici» nelle nostre unità pastorali?

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Si ha l’impressione che la ristrutturazione delle parrocchie in unità pastorale sia un’operazione prettamente “clericale”, interessi e preoccupi solo i preti. Indubbiamente questo ha un fondamento, in quanto si tratta di rivedere la formula parrocchia trasformandola in un’altra, pur restando fermo che ogni forma deve essere segno della Chiesa di Gesù e quindi la figura e il servizio del sacerdote sono indispensabili perché si rendano presenti l’annuncio e l’ascolto della Parola di Dio, la celebrazione dei segni sacramentali, in particolare dell’Eucaristia, e si promuova la cura dei poveri, dei malati, dei piccoli, dei deboli nella fede. Quella del presbitero è quindi una presenza indispensabile anche se la nuova forma di unità pastorale gli chiede un cambiamento di prospettiva, una molteplice modalità di azione, una cura del tutto senza nascondersi dietro al particolare. È l’immagine di Gesù che di fronte ai discepoli che lo volevano trattenere risponde “e ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore…” (Giovanni 10,16) e si mette in cammino predicando e sanando.

Però il Concilio Vaticano II ci ha anche ricordato che la Chiesa non è fatta solo dei sacerdoti o della gerarchia, ma di tutto il popolo di Dio. La costituzione conciliare Lumen gentium al capitolo II, 9 suona così: “Dio ha convocato tutti coloro che guardano con fede a Gesù… e ne ha costituito la Chiesa perché sia per tutti e per i singoli sacramento visibile di questa unità salvifica”: non solo preti, religiosi, monaci, ma anche laici (uomini e donne), anzi questi sono la maggioranza. Pertanto la ristrutturazione della formula, e quindi della visibilità dell’essere Chiesa, interessa anche loro, ne sono praticamente coinvolti, ne sperimentano tutta la problematica della trasformazione, a volte con fatica, altre volte passivamente, oppure disponibili a un’accoglienza quasi dovuta. Per questo occorre chiedersi: ma quale deve essere, allora, la presenza dei laici nella nuova forma di parrocchia quale è l’unità pastorale?

Nella storia dell’inizio del cristianesimo, quando si stavano costituendo le prime comunità, è possibile constatare come fosse stata preziosa la presenza, la disponibilità, il contributo, l’offerta di servizio dei laici.
Ad esempio: Anania, un “discepolo” membro della comunità di Damasco, minacciata dai capi dei Giudei, che è chiamato a fare opera di mediazione e di accompagnamento per la conversione di Paolo (cfr Atti 9,10-19); Lidia, una commerciante di porpora “credente in Dio” (cfr Atti 16,14) che fa della sua casa (abitava a Tiatira, non molto distante da Filippi, che era una città della Macedonia) un luogo di accoglienza per la predicazione e il riunirsi dei cristiani; la stessa casa di Aquila e Priscilla a Corinto diventa il punto di riferimento per l’ascolto della Parola di Dio (cfr Atti 18,1s); Tabità (significa gazzella), una “discepola” della comunità che stava sorgendo a Giaffa, rimasta vedova e presa dalla malattia e dalla morte; a Pietro – che compirà il gesto e pronuncerà la parola che aveva detto alla figlia di Giairo, “Tabità alzati” e questa si alzò – vanno incontro le altre vedove e in pianto “gli mostrano le tuniche e i mantelli che Gazzella confezionava” (cfr Atti 9, 36-42) per il servizio alla comunità; gli anziani della Chiesa che Paolo aveva chiamato da Mileto a Efeso per salutarli e per invitarli a “vegliare su tutto il gregge…” (Atti 20,28).

Continua a leggere l’articolo di Giancarlo Gozzi su La Libertà del 2 maggio

 

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana

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