7 parrocchie in unità pastorale per irradiare la Gioia del Vangelo

Stampa articolo Stampa articolo

Il vescovo Massimo visita le comunità di Praticello, Taneto, Gattatico, Nocetolo, Olmo, Campegine e Caprara

Territorio
“Saluta la gente, ed hai fatto gran parte del tuo ministero”. Rivolta a un pastore che fa il suo ingresso in una nuova realtà, questa frase può forse sembrare un po’ semplicistica: invece è un concentrato di saggezza popolare, che il parroco di qui, don Paolo Bizzocchi, ha fatto suo. Perché come si fa a trasmettere la “Gioia del Vangelo” se nemmeno si salutano le persone, perché si è imbronciati o perché lo sguardo è fisso alla punta delle scarpe o allo schermo del telefono? Tra Gattatico e Campegine, poi, “Gioia del Vangelo” è diventato anche il nome dell’unione tra sette parrocchie, che pur mantenendo la propria identità, sempre più provano a camminare insieme.
Se l’origine della denominazione è evidente – trattasi della traduzione di Evangelii gaudium, titolo della prima Esortazione apostolica pubblicata da papa Francesco, era il 24 novembre 2013 – meno automatico è il passaggio da un campanile solo, vicino a casa e autosufficiente, a una comunità allargata nello spazio che comunque resta un piccolo gregge. La statistica parla chiaro: la domenica in chiesa si arriva a fatica al 5% della popolazione. Gli abitanti sono quasi 11.000, cifra che si ottiene addizionando ai residenti delle cinque parrocchie in comune di Gattatico – distribuiti per 42 kmq fra Gattatico (290), Nocetolo (360), Olmo (140), Praticello (3.200) e Taneto (1.800) – quelli delle parrocchie di Campegine (3.600) e Caprara (1.500), dislocati su circa 23 kmq del comune di Campegine.

Corresponsabili
“In un territorio fortemente laicizzato – è l’istantanea scattata da don Bizzocchi – la presenza delle nostre piccole comunità cristiane acquisisce un senso forte, sia per chi vive la fede, sia per chi la percepisce estranea alla sua vita. Si tratta di comunità deboli, che non presentano testimonianze eccezionalmente eloquenti e non hanno strutture in grado di imporsi per capacità organizzativa, e le zone grigie di certo non mancano; però vi sono nuclei significativi di cristiane e cristiani che credono con convinzione e volentieri, nel modo loro possibile, si dedicano alla vita della parrocchia e all’annuncio”.
Don Paolo non riuscirebbe a “farsi in sette” senza questi fedeli a cui, secondo il sacerdote, il termine collaboratori va stretto; lui preferisce chiamarli corresponsabili.
Per tutti quelli che si danno da fare, la vita comunitaria è piuttosto intensa, anche perché ci sono diverse situazioni problematiche a livello di strutture e le finanze a disposizione non abbondano.

Continua a leggere tutto l’articolo di Edoardo Tincani su La Libertà del 2 maggio

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana

Lascia un commento