Mamma e monaca wi-fi

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Incontro con la scrittrice Costanza Miriano

Il salotto è quello di Maria Chesi, che l’ha chiamata altre volte a Reggio per iniziative organizzate dall’Azione Cattolica. Il contesto è un “apericena”, oggi usa così, prima dell’incontro nel teatro parrocchiale di San Pietro, a pochi passi da qui. Mentre chiudiamo dietro la porta le voci degli invitati, in prevalenza donne, Costanza Miriano inizia a rispondere alle mie domande prima ancora di sedersi in poltrona, multitasking e sfavillante come si conviene a una “monaca wi-fi”. Sì, è questa l’ultima trovata della scrittrice, fedele agli appuntamenti con il suo pubblico sempre numeroso; d’altra parte è difficile resistere alla curiosità davanti a titoli come “Sposala e muori per lei” (2012), “Sposati e sii sottomessa” (2013), “Obbedire è meglio” (2014) e “Quando eravamo femmine” (2016). L’ultimo nato, “Si salvi chi vuole. Manuale di imperfezione spirituale” (Sonzogno, 160 pagine, 15 euro), si prefigge di raccontare come sia possibile delimitare uno spazio per l’incontro con Dio e come questa tensione esistenziale sia decisiva per la nostra felicità.
Se volessimo sintetizzare con una battuta, potremmo dire che la vita spirituale richiede una bella Costanza… ma “sintetizzare” non è esattamente l’azione che più si addice a questa macchina per scrivere vivente.

Costanza, in che senso, da moglie e madre lavoratrice, dici di volerti fare monaca?
Nel senso che il caos delle nostre giornate zippate richiede un cuore monacale, allenato a trovare il modo di pregare in una vita iperconnessa. Si può avere un cuore da monaco salendo sull’autobus o cucinando, facendo la spesa o correndo.

Quale regola di vita proponi?
Una regola fondata su cinque pilastri: preghiera, Parola di Dio, confessione, Eucaristia, digiuno. Tante persone questa regola già cercano di viverla, in modo rigorosamente imperfetto, alcune per conto proprio, altre formando una piccola compagnia, una sorta di monastero wi-fi, anche da lontano, come confratelli… Un esercito di mendicanti innamorati di Dio, che trovano il vero eremo nel vivere in mezzo ai fratelli.

Scrivi che non è più tempo di una fede acquisita culturalmente…
Meglio così, direi. Il cristiano del futuro o sarà un mistico o non sarà. Non è uno che è cresciuto così perché gliel’hanno detto in famiglia. È solo colui che ha fatto un incontro vero con Cristo. Questo incontro, che deve essere personale, ha però bisogno di essere fatto dentro la Chiesa, l’unica che può garantire che non ti stai fabbricando un Dio a tua immagine.

Dopo i cinque pilastri spirituali arrivi a esaltare il servizio. Perché?
Perché il servizio è l’unica cosa che può guarirci e cambiare tutto: significa abbandonare la furbizia e i nostri interessi, smettere di bluffare e di agguantare vantaggi. Sono convinta, o per lo meno questa è la mia esperienza, che noi non siamo capaci di amare: possiamo compiere anche tanti gesti filantropici, però essere veramente capaci di amare – che è poi quello che ci è chiesto – è qualcosa che viene dalla preghiera e dalla conversione, quindi da una vita spirituale intensa e seria. Mi consola molto quando, nelle litanie di san Bernardo o di san Filippo Neri, essi dicono a Cristo “Vorrei amarti ma non ne sono capace”. Eppure, come dice Benedetto XVI, se al povero dai meno che Cristo non hai dato niente…

Continua a leggere l’articolo di Edoardo Tincani su La Libertà del 25 aprile

Pubblicato in Articoli, Società & Cultura

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