Rubiera: missione tra i quartieri con lo stile d’una famiglia di famiglie

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Incontriamo don Carlo Sacchetti, parroco dell’unità pastorale che riceve la visita del Vescovo

Parlando dell’unità pastorale “Cuore Immacolato di Maria”, a Rubiera, che riceve la visita del Vescovo sabato 21 e domenica 22 aprile, iniziamo dal clero locale, che ne costituisce il cuore pulsante

Il cuore pulsante

Qui ne fanno parte il parroco don Carlo Sacchetti, il viceparroco don Stefano Manfredini, il collaboratore pastorale don Ermes Macchioni, che esercita anche il ministero di esorcista per la Diocesi, e don Gianfranco Panari, aiuto nella celebrazione delle Messe domenicali e del sacramento della Penitenza. I sacerdoti si incontrano tutti i martedì mattina per pregare insieme, confrontarsi sulla loro azione e far crescere il rapporto di fraternità. Un valido sostegno viene dai diaconi permanenti Demetrio Panciroli, Silvano Ferrari e Aris Vinceti: con loro i preti si trovano circa una volta al mese.

Siamo partiti da questo cuore, con i due atri presbiterale e diaconale, perché – spiega il parroco a mo’ di premessa – la Comunità è la vera palestra dell’amore e sarebbe inefficace un annuncio sulla comunione che non provenisse da chi si impegna tutti i giorni per viverla.
Territorialmente l’unità pastorale coincide con il comune di Rubiera, si estende su 25,30 chilometri quadrati e comprende quattro parrocchie: San Donnino Martire e Biagio Vescovo in Rubiera, Santi Faustino e Giovita Martiri in San Faustino, Santi Fabiano e Sebastiano Martiri in Fontana e Sant’Agata Vergine Martire in Sant’Agata Casale.

Popolazione, economia
Secondo il rilevamento del 31 dicembre scorso gli abitanti sono 15.013, con una delle densità più alte della provincia reggiana e una crescita demografica che negli ultimi 10 anni ha sfondato il 25%. Nello stesso periodo la popolazione della frazione di Fontana ha superato quella di San Faustino. Il saldo migratorio – col contributo soprattutto di rumeni e albanesi – è rimasto positivo nonostante la crisi economica. “Un’immissione così marcata di nuovi cittadini, con proporzioni simili a quelle verificatesi attorno agli anni ’70, non ha consentito un’effettiva integrazione”, commenta don Carlo.

“Il fenomeno – aggiunge – è reso più complicato dalla presenza di famiglie che provengono da Modena e altre realtà vicine, che continuano a frequentare i luoghi di origine e vivono il paese come dormitorio”.
Rubiera gravita sull’area economica di Modena, che grazie per lo più all’export nel 2016 ha fatto registrare una crescita del Pil del 4%. Fino agli anni ’60 l’economia si è basata prevalentemente sull’agricoltura, poi il boom ha portato alle prime ceramiche e allo sviluppo delle industrie meccaniche e dell’artigianato. L’industria meccanica, in particolare il settore delle pompe idrauliche, tiene anche oggi, mentre si espandono la ristorazione e il terziario avanzato, specie con l’informatica e l’elettronica.

Problemi sociali
Con tutti questi cambiamenti, Rubiera fatica a ritrovare un’identità di paese. La crisi si è fatta sentire anche qui, causando licenziamenti, disoccupazione o sotto occupazione e lavoro sommerso e precario. “Questa situazione – si rattrista don Sacchetti – ha colpito in particolare le fasce giovanili favorendo il fenomeno, quasi sconosciuto nelle nostre terre, della rinuncia alla ricerca del lavoro”. I “nuovi poveri” assistiti dalla Caritas sono aumentati, senza dimenticare gli anziani, la cui povertà si chiama solitudine.

“Purtroppo pure la presenza in una famiglia di figli piccoli è diventato un fattore di disagio o di rischio povertà”, annota don Carlo, evidenziando anche la complessa condizione di molte donne: se da un lato il loro livello di istruzione e quindi l’aspirazione a posizioni sociali più elevate cresce, dall’altro la disoccupazione femminile è ancora consistente. Si collega a questo quadro ambivalente il problema dei tempi di vita. L’analisi del parroco è lucida: “Il frazionamento degli orari di lavoro, il pendolarismo, il disconoscimento della domenica come giorno di riposo settimanale, cui si unisce l’uso eccessivo di telefonini e social network, condizionano la vita sociale dei lavoratori e delle loro famiglie, favorendo l’individualismo e riducendo la disponibilità a partecipare alla vita sociale”.

Continua a leggere l’articolo di Edoardo Tincani su La Libertà del 18 aprile

 

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