Omelia del Venerdì Santo

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Pubblichiamo l’omelia del vescovo Camisasca durante l’azione liturgica In passione Domini, pronunciata nella Basilica di San Prospero venerdì 30 marzo

Cari fratelli e sorelle,

davanti ai nostri occhi rimangano gli avvenimenti degli ultimi istanti della vita di Gesù: la cattura, la flagellazione, la derisione, l’ingiusta condanna, la crocifissione, la deposizione nel sepolcro. Il dolore superficiale con cui abbiamo ascoltato queste parole deve penetrare in noi e raggiungere la sua vera radice: il nostro peccato.

In questi eventi è racchiusa tutta la storia del mondo. L’universo è scosso nelle sue radici, è attonito spettatore dell’odio dell’uomo contro il Dio della vita. Come ha evocato sapientemente san Bernardo, tutto il creato aveva trattenuto il fiato fino a quando Maria non pronunciò il suo “sì” all’annuncio dell’angelo (cfr. Lc 1,31). Anche ora è rimasto senza parole, sconcertato, perché l’Atteso è stato ucciso con crudeltà.

La dimensione cosmica della morte di Cristo non ci deve fare dimenticare che essa riguarda ognuno di noi. Ognuno di noi ha alzato la mano contro Dio. Ognuno di noi ha gridato contro di lui. Ognuno di noi ha desiderato toglierlo di mezzo per non avere altro re che Cesare, il potere, se stessi.

Foto della Via Crucis 2017

Attraverso la croce Cristo ha redento tutto il mondo. Egli ci ha accolti in lui. L’amore compie questo miracolo di unità: porta l’altro dentro di sé. Così Gesù ci ha condotti nel seno del Padre. Egli aveva davanti agli occhi anche il nostro volto, quando ha offerto la sua vita. Per me è il sospiro che deve accompagnare il nostro sguardo a Cristo crocefisso. Per me è il dolore, il perdono e la pace che devono riempire tutta la nostra esistenza (cfr. Gal 2,20).

Cosa appare nei fatti della croce a un primo sguardo? La sconfitta di Dio. Tutto sembra finire. Il ministero di Gesù mostra il suo fallimento. Dove sono ora le folle che lo seguivano a migliaia e stavano ad ascoltarlo per ore, incuranti persino del cibo? Dove sono i paralitici, i ciechi, gli indemoniati che ha guarito e perdonato? Dove sono i cortei festanti che acclamavano il suo ingresso glorioso alle porte di Gerusalemme?

Anche tra coloro che Gesù ha scelto e voluto vicino a sé in modo particolare, tutto sembra sgretolarsi. Uno dei Dodici lo vende per denaro, gli altri scappano impauriti, colui che era stato scelto come pietra e sostegno della Chiesa nascente lo rinnega pubblicamente. Solo uno rimane, Giovanni. E, assieme a lui, Maria e le donne.

Anche oggi, tanto di ciò che è stato sembra finire. Sembra che le parole ascoltate e accolte per lunghi anni siano dimenticate, cha abbiano perso di interesse, di attualità, di forza. Non riescono più a infondere speranza. Si avverte incertezza e paura. Ci si è affidati a una speranza più “concreta”, costruita da mani d’uomo: il denaro, il potere, la lussuria. Il popolo di Dio non è immune da questa cupidigia. Anche noi siamo percossi dai cambiamenti e, smarriti, ci disperdiamo. Il numero dei pastori diminuisce. Pochi scelgono di rimanere sotto la croce.

Processione Venerdì Santo 2017

Dobbiamo tuttavia penetrare più profondamente il nostro momento storico e possiamo farlo solo se scopriamo cosa si cela nella croce di Cristo. Giovanni, l’unico rimasto a contemplare ciò che accadeva, ce lo dice: la crocifissione in realtà è l’esaltazione di Gesù, il compimento dell’Incarnazione, la manifestazione più alta della sua gloria divina.

Abbiamo sentito che, dopo la morte, Gesù viene deposto in un giardino (Gv 19,41-42), un orto, dice esattamente il testo greco. Questa è un’immagine piena di significato. L’orto è la terra dove il chicco di grano, che ha accettato di morire (cfr. Gv 12,24), può crescere, il terreno che accoglie il seme di una nuova creazione. È finito il tempo della presenza fisica di Cristo sulla terra, ma un nuovo inizio si sta preparando. Un inizio pieno di luce, di gloria e di vita. È la vittoria della Pasqua. Questa è la nostra fede e la nostra speranza. Ogni istante vive il travaglio del parto, la sospensione tra la vita e la morte, ma nella croce di Cristo apprendiamo che nella morte è racchiusa la vita. La croce è la fonte da cui scaturisce ogni grazia, ogni fecondità, ogni rinascita.

Torniamo dunque a guardare colui che abbiamo trafitto (cfr. Zc 12,10). Fissiamo gli occhi sulla croce. Sostiamo in silenzio e adorazione perché ci sia dato di vedere, come all’apostolo Giovanni, la potenza di Dio nella debolezza umana, il trono della sua vittoria nel patibolo dell’ignominia, la gloria di una nuova creazione nell’umiliazione della morte. Solo così potremo scoprire che la luce tenue all’orizzonte non sta segnando la fine di un mondo, ma l’inizio. Non è il crepuscolo, ma è già l’alba di un nuovo giorno.

 

Così sia.

+ Massimo Camisasca

 

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