Omelia nella messa in Coena Domini

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Pubblichiamo l’omelia pronunciata da monsignor Massimo Camisasca durante la messa in Coena Domini giovedì 29 marzo in Cattedrale a Reggio Emilia.

Cari fratelli e sorelle,

ogni volta che leggo e medito queste pagine della Scrittura, capisco di trovarmi di fronte a un mistero infinito. Continuamente emergono nuove luci che mi fanno intravedere un oceano ancora più sconfinato di quello intuito inizialmente. Col passare degli anni, cresce il desiderio di assaporare la pace che queste parole infondono, di fissare gli occhi sul meraviglioso volto di Cristo che in esse si rivela e si nasconde.

Vi invito pertanto a non perdere l’occasione di rileggere questi brani del vangelo, in particolare quelli della Passione e della Pasqua. Non abbiate fretta di comprendere tutto. La verità di questi fatti non può essere racchiusa nelle misure della nostra mente. Invocate lo Spirito perché vi doni la sapienza, l’intelligenza e la fede. Soffermatevi su ciò che vi colpisce. Immedesimatevi con ciò che sta accadendo. In questa contemplazione le nostre persone si trasformano, si purificano, si trasfigurano. La passione, morte e resurrezione di Cristo è un avvenimento che anche ora ci raggiunge e ci redime. La tua parola nel rivelarsi illumina, scrive il salmista (Sal 118,130). La luce che sprigiona da quegli eventi agisce su di noi e ci rende più simili a Cristo.

Il cuore del vangelo che abbiamo appena ascoltato è l’episodio della lavanda dei piedi. San Giovanni non inizia subito a raccontare il gesto di Gesù. Ci introduce lentamente, attraverso molte considerazioni e premesse. L’evangelista vuole creare un’attesa, una sospensione. Sa che ciò che sta per raccontare è un mistero immenso. Cerca di fornire delle indicazioni perché il lettore non si trovi totalmente spiazzato di fronte all’incomprensibile. Finalmente, dopo quattro versetti, inizia la descrizione della lavanda. L’atto di Gesù è descritto in modo molto preciso: egli si alza, depone le vesti, si cinge con l’asciugamano, mette l’acqua nel catino, lava i piedi, li asciuga (cfr. Gv 13,4-5). Ogni piccolo gesto è stato catturato dall’occhio attento di Giovanni e riportato con cura. Tutto è composto, solenne, circondato da un austero silenzio.

Foto della messa in Coena Domini 2017

Fino a questo momento, Gesù non ha pronunciato nessuna parola. Sembra prefigurato qui, in questa sua autoumiliazione, il silenzio che manterrà di fronte ai suoi accusatori, a Pilato, ai suoi carnefici. Il primo a parlare, a interrompere il silenzio che aveva invaso anche tutti i discepoli, è Pietro: Signore, tu lavi i piedi a me? (Gv 13,6). Il testo non ci consente di capire con certezza se Gesù abbia iniziato la lavanda dal Pescatore, oppure se Pietro abbia atteso in trepidazione il suo turno, mentre sotto i suoi occhi vedeva svolgersi qualcosa di cui non riusciva a darsi una spiegazione. Forse ha aspettato con un po’ di disagio, sforzandosi di non intervenire impulsivamente con quell’irruenza che il Maestro conosceva bene. Una cosa di certo traspare: Pietro non poteva accettare di lasciarsi fare ciò che Gesù stava per fare: Signore, tu lavi i piedi a me? (…) Non mi laverai i piedi in eterno! (Gv 13,6.8).

La reticenza di Pietro ai gesti di Gesù non ci è nuova. Anche in un altro episodio ci viene raccontata la sua opposizione ai piani del Signore. Dopo che Pietro aveva riconosciuto Gesù come il Cristo, il Figlio del Dio vivente (Mt 16,16), il Maestro aveva cominciato ad annunciare che sarebbe dovuto andare a Gerusalemme e soffrire molto. Anche in quell’occasione, Pietro si ribella, prende il Signore in disparte e gli rivolge parole simili a quelle che abbiamo appena sentito: “Dio te ne guardi, Signore! Questo non ti accadrà mai” (Mt 16,22). La risposta di Gesù è molto forte. Il Maestro lo rimprovera aspramente. Poi gli svela la radice dell’errore che lo irretiva: Se uno vuole venire dietro a me… prenda la sua croce e mi segua (Mt 16,24).

Coena Domini 2017

In quel momento, come durante l’ultima cena, Pietro non riesce ad accettare che il suo Signore possa abbassarsi fino a diventare un servo, che possa soffrire, possa essere umiliato. Non vuole accettare che il cammino trionfale di Gesù passi non attraverso un corteo glorioso, ma attraverso il sangue e la crudeltà del Golgota. In fondo non vuole accettare che il cuore di Dio è l’amore, attraversato dalla necessità di inchinarsi di fronte a chi ama, di servirlo e di svuotarsi totalmente per l’amato, di perdersi per lui.

Gesù sceglie di sacrificarsi liberamente fino alla morte, fino al punto di più basso, per potere essere innalzato e portare nell’eterna vita della Trinità tutti noi, spezzando le catene che ci condannavano a un destino di polvere (cfr. Gen 3,19). Ecco il senso delle parole del Maestro: “Se non ti lavo, non avrai parte con me (Gv 13,8), se non ti rendo partecipe di ciò che mi sta per accadere, non potrai accedere al mio dialogo di amore con il Padre, non potrai essere mio!”. È questa la sua vittoria, la sua gloria, la sua onnipotenza.

Anche noi, come Pietro, abbiamo bisogno che i nostri occhi siano lavati perché cadano le immagini in cui tanto spesso richiudiamo Dio, perché possiamo riconoscerlo in tutte le piaghe dell’esistenza, persino le più avverse e contraddittorie. Abbiamo bisogno che i nostri peccati siano lavati dall’acqua di quel catino, che è figura del battesimo, per poterci presentare davanti al Signore purificati. Abbiamo bisogno di alimentarci all’Eucarestia, così che il sangue di quel sacrificio scorra in noi come una nuova linfa e ci radichi per sempre nella comunione divina. Allora, come Pietro, chiediamo di essere resi partecipi della morte e resurrezione di Cristo: Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo (Gv 13,9).

 

Così sia.

+ Massimo Camisasca

 

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