La relazione alla base della cura

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Aumenta il numero delle persone che vivono da sole e si va via via anticipando il loro ingresso in strutture d’accoglienza, legato proprio all’assenza di appoggi e relazioni.
Un cambiamento – tra i tanti che riguardano la popolazione anziana – che diviene emergenza nelle grandi città così come nelle piccole realtà, ma che non è il solo a sottolineare l’urgenza di un nuovo approccio alla cura delle persone segnate da elementi di fragilità
E’ di questo che si è parlato nel convegno organizzato dalla Federazione Diocesana Servizi agli Anziani (17 strutture per anziani e disabili legate alle parrocchie, 800 posti autorizzati e 600 operatori), che ha portato nella sala convegni di Confcooperative oltre 150 esponenti del mondo socio-assistenziale, sanitario e formativo per affrontare proprio il tema delle relazioni nei percorsi di cura di anziani e disabili.
Un convegno – ha ricordato mons. Gianfranco Manfredini, presidente della Federazione nata dalla collaborazione tra Diocesi di Reggio Emilia e Confcooperative – che rimarca l’evoluzione di una realtà nata con l’obiettivo di accompagnare i parroci sotto il profilo tecnico e formativo nella gestione di servizi sempre più complessi, ma che negli anni ha continuamente ricercato modalità di cura e di accoglienza che esaltassero il valore della solidarietà e della prossimità rispetto ai più fragili.
Proprio da qui, e andando oltre le emergenze, è partito una forte richiamo al senso della cura.

Su La Libertà del 28 marzo sarà pubblicato un approfondimento

Alcune ore in un centro diurno – è stato detto – non bastano per parlare davvero di cura di un anziano o di una persona disabile: a questo sollievo temporaneo è necessario si associ quel “welfare municipale”, di cui da 18 anni parla anche la legge 328 del 2000, che ha tra i suoi attori l’intera comunità, cioè tutti coloro (dalle strutture d’accoglienza ai vicini di casa, ai servizi pubblici, alla parrocchia, alla polisportiva, ecc.) che quotidianamente possono essere accanto a persone e famiglie in una cura che è, innanzitutto, relazione.
Da dove partire? Dagli operatori, innanzitutto, cui FeDiSa ha dedicato uno specifico progetto di consulenza psicologica e di ascolto (“I Care”, curato dalla cooperativa Progetto Crescere in collaborazione con l’Hospice Madonna dell’Uliveto) finalizzato a sostenere un lavoro che vada oltre le specifiche competenze socio-sanitarie e ne faccia veri e propri “professionisti della relazione” nei percorsi di cura.
Un orientamento sul quale – e lo ha richiamato Flavia Franzoni, docente all’Università di Bologna – deve spingere anche il pubblico, formando i propri operatori alla relazione con quella “comunità competente” che in vari modi si mobilita accanto ai più fragili e che va costruite o ricostruita in termini di fiducia, reciprocità e appartenenza.
Al convegno sono intervenuti, tra gli altri, il presidente della Provincia, Giammaria Manghi, Flavia Franzoni Prodi, Annamaria Agosti e Graziana Porro di “Progetto Crescere”, Adriano Tomba, segretario generale della Fondazione Cattolica Assicurazioni, Riccardo Faietti, consigliere della Fondazione Pietro Manodori, Giovanni Teneggi, direttore di Confcooperative ed Edoardo Tincani,. direttore del settimanale “La Libertà”, moderatore della tavola rotonda in cui si sono confrontate le testimonianze delle strutture impegnate nel progetto “I Care” di FeDiSa.

FOTOGALLERY A CURA DEL SERVIZIO FOTOGRAFICO DE LA LIBERTA’

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