Calcio e cyberbullismo

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Cyberbullismo è una parola che ho sempre letto sui giornali, sezione cronaca, o sentito al telegiornale. Sfogliano il dizionario viene definito come un atto aggressivo, prevaricante o molesto compiuto tramite strumenti telematici (sms, e-mail, siti web, chat, ecc.).

Mai avrei pensato che un giorno avrei avuto a che fare con questo genere di problema. È accaduto qualche settimana fa quando questa parola ha fatto irruzione dentro allo spogliatoio della mia squadra: tre ragazzi accusati di cyberbullismo.

Lo spogliatoio di una squadra di calcio è un po’ come un tempio inviolabile: nessuno può entrare se non i giocatori, gli allenatori e al massimo i dirigenti. È il luogo più intimo in cui una squadra si amalgama, si cementa, quasi a diventare un’unica famiglia. La pratica di uno sport di squadra inizia proprio dallo spogliatoio. Sentire questa notizia è stato come se qualcuno avesse violato la casa della mia squadra. Quella casa che tanto custodisco e cerco di gestire al meglio.

La prima domanda che mi sono fatto è stata: Perché ragazzini di undici anni devono ridursi a molestare coetanei in maniera più o meno violenta? La seconda domanda che mi sono posto è stata: sono l’adulto di riferimento dello spogliatoio, che cosa faccio? I ragazzi guardano noi adulti, ci studiano, ci ascoltano. Hanno bisogno di segnali e decisioni. Vogliono crescere. Del resto lo spogliatoio non è una bolla impermeabile alla quotidianità, anzi, fa parte della vita reale: è proprio da questo luogo che muovono i primi passi gli uomini del domani. E, anche se in maniera irrisoria, anche tu allenatore incidi sul cammino di questi ragazzi. Anche questo significa giocare a calcio.

Minimizzare il cyberbullismo è sbagliato. Sbagliato liquidare tutto pensando ad una “ragazzata”. Altrettanto sbagliato farne una tragedia. È nelle cause che va ricercato il perché accadono certe cose. Anche io all’età dei miei ragazzi “bersagliavo” di sfottò qualche amico e a mia volta venivo preso in giro. Ma tutto era fatto entro certi limiti, senza mai dimenticare quel confine chiamato rispetto per sé e per gli altri. La mia fortuna era che avevo ben presente quel dato confine. Vedo i ragazzi di oggi che in un mondo dove tutto è enfatizzato e tutto ha un’eco mostruosa, non sanno nemmeno che esiste quel limite invalicabile che può ferire qualcuno o offendere qualcun altro. Internet e i mass media in generale ci stanno insegnando che non esistono più confini. Già da bimbi si rivendica la libertà di espressione senza regole e senza doveri.

Eppure il grido silenzioso di questi ragazzi è quello di chi ha bisogno di adulti in marcatura più o meno stretta per dirla calcisticamente.  Ancora una volta il calcio, o comunque lo sport, potrebbe essere d’aiuto ai nostri ragazzi. Potrebbe essere quell’occasione virtuosa per dare a loro la possibilità di assumersi le proprie responsabilità davanti ai propri errori, mettendoli nelle condizioni di rimediare da soli.

In accordo con la società e le famiglie abbiamo deciso di non convocare per qualche partita questi giocatori, non tanto per punirli, quanto per dimostrare loro che ciò che avviene anche al di fuori del campo va a discapito dell’intera squadra: ogni ragazzo deve sentirsi responsabile del proprio compagno di squadra, come in un’unica famiglia. Anche nel mondo globalizzato dovrebbe essere così.

Non mi va di fare la solita predica sul ruolo delle famiglie… ma andiamo a vedere il backstage che c’è dietro alla vita dei nostri giocatori ragazzi. Interessiamoci a loro. Viviamo lo spogliatoio per conoscere meglio i nostri giocatori, esseri pensanti fatti di emozioni, sensazioni e idee.

La cosa che più mi ha fatto male è che la scuola non ci ha interpellato come agenzia educativa, come del resto avviene per tanti altri episodi e tematiche che investono i nostri giovani.

Per commentare la rubrica scrivi a matteo.daolio@laliberta.info

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