Profughi siriani, è vita dura

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Storia di Rimad: chi pagherà per quello che le è successo?

Dopo la pagina “Proposta di pace per la Siria” su La Libertà del 7 marzo, sempre tramite i volontari di Operazione Colomba operanti nei campi profughi del Libano (gli stessi luoghi visitati anche da persone della Caritas diocesana e delle nostre Case della Carità), in questo caso grazie ad Alessandro, presentiamo un’altra storia che parla di sofferenza e di vita tenace.

Ci sono limiti che ogni essere umano ha paura di superare, strade da non attraversare o angoli da evitare. Rimad ha cinque anni compiuti da poco, fa parte di un regno distante dalla cruda quotidianità, il regno della fantasia dei bambini. Lei ama giocare, correre, spettinarsi i capelli e ridere, ridere tanto fino a farsi mancare il fiato.
I suoi genitori vengono da Homs, in Siria, la sua città natale non esiste più, almeno dal punto di vista della quotidianità sociale. Un cumulo di rovine si stende su quello che un tempo, sei anni fa, era un centro commerciale importante. La guerra lei se l’è lasciata alle spalle, come un incubo avariato, nei minuti che precedono il risveglio prima dell’alba.

Per Rimad l’importante è che il suo papà e la sua mamma ci siano, e stiano bene, il resto verrà dopo.
Il papà di Rimad è un muratore, spesso è in giro per il nord del Libano a cercare lavoro, probabilmente sottopagato, e con il rischio di essere denunciato come clandestino alla polizia, una clava usata come minaccia sulla testa di molti rifugiati. La mamma ha un bellissimo sorriso e le vuole un gran bene, è la sua figlia più grande; insieme a lei ci sono i due fratellini più piccoli con cui adora passare il tempo a rincorrersi. Abitano al secondo piano di una casa nel villaggio di Bebnine, distretto di Akkar, uno dei più marginalizzati del Paese.

Continua a leggere tutto l’articolo su La Libertà del 14 marzo

Pubblicato in Articoli, Società & Cultura

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