CIB, dove la spesa fa comunità

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Il Centro verso i quarant’anni, tra solidi valori e nuove sfide

L’acronimo che lo identifica – CIB – è rimasto lo stesso di quarant’anni fa, ma oggi il Centro Italiano di Beneficenza, nato come società cooperativa sul finire degli anni Settanta, preferisce connotarsi come “Centro d’Acquisto per Comunità”. Con una mission fondamentale: fornire ai clienti il miglior prodotto disponibile sul mercato a prezzi decisamente onesti e stabili, sul lungo periodo, con un’attenzione particolare alle strutture d’ispirazione cristiana e alle onlus, rafforzando i valori che regolano le relazioni con i soci.
Nella sede storica, tuttora attiva, a Mancasale – unico punto di riferimento per espressa scelta – incontriamo il presidente, don Francesco Ponci, sacerdote diocesano di Parma, ed un componente del consiglio di amministrazione, il guastallese Donato Natuzzi. Don Ponci ha avuto un predecessore illustre nel reggiano monsignor Gianfranco Gazzotti, che ha guidato il CIB fino al rinnovo dell’apparato, avvenuto nel 2015. Natuzzi porta la sua esperienza volontaria maturata in vent’anni nel settore amministrativo presso una scuola dell’infanzia e in altri ambiti.

Accogliendoci presso i reparti e i magazzini di via Calvi di Coenzo, periferia nord di Reggio, don Francesco e Donato ci spiegano che il CIB è cambiato non tanto nella radice, quanto nelle modalità del suo rapportarsi all’utenza. Nacque nel 1979 da un’intuizione di don Domenico Ghirardini, ai tempi parroco di Quattro Castella, e don Remo Davoli, allora a Cavriago, che sottoposero l’ispirazione al fidato amico geometra Silvano Bertani. Tre figure benemerite, come benemerito è il traguardo pluridecennale che il CIB si accinge a festeggiare e che cadrà nel 2019. Le celebrazioni “ufficiali” sono quindi solo rimandate di qualche mese, ma la sfida di riuscire ad adeguare ai tempi odierni quell’idea lungimirante, spinge fin d’ora chi riveste responsabilità a guardare oltre la ricorrenza, proiettandosi nel futuro con una serie di obiettivi improntati soprattutto a un’etica “umanizzante”, difficilmente riscontrabile oggi nella grande distribuzione organizzata.

Continua a leggere il testo integrale dell’articolo di Matteo Gelmini su La Libertà del 14 marzo

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