Le radici dell’accoglienza

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Occorre svuotarsi: l’imperfezione chiama all’umiltà

I grandi flussi migratori rappresentano un fenomeno permanente e strutturale, inestricabilmente intrecciato a moderne schiavitù e a società da un lato sempre più multireligiose e dall’altro pesantemente secolarizzate. La questione dell’accoglienza interpella oggi e interpellerà a lungo la Chiesa, come comunità dei credenti, su tutti i fronti: il soccorso primario, la tutela dei diritti della persona umana, l’accompagnamento delle storie personali, a partire dalla necessità di conversione al mistero di Dio e al disegno di bene del Creatore per ogni uomo. Si può rispondere con la teologia agli atteggiamenti di pregiudizio e di ostilità che si incontrano facilmente, appena si sfiora l’argomento migranti? Per lo meno è indispensabile provarci. Ci facciamo aiutare dal nostro Vescovo.

Don Massimo, da dove possiamo partire per prendere cristianamente la questione dell’accoglienza a migranti e rifugiati?
Possiamo partire dall’Esortazione Evangelii gaudium, dove papa Francesco confessa di sentirsi personalmente sfidato “come Pastore di una Chiesa senza frontiere che si sente madre di tutti” (EG 210) a riconoscere il Cristo sofferente, tra le tante nuove forme di povertà e di disagio, in particolare nelle persone dei rifugiati e dei migranti. Sono profondamente convinto che solo riscoprendo come Dio continuamente ci accoglie, ci vuole e ci ama, possiamo, a nostra volta, accogliere, volere e amare ogni uomo che si presenta alla soglia della nostra casa.

Domanda retorica: le sembra accogliente la nostra società?
C’è in Italia una grande, secolare, cultura dell’accoglienza. Ma devo anche notare che la nostra società vede la presenza di personalità ipertrofiche che non riescono a uscire dal proprio io, a stabilire un rapporto autentico con il marito, la moglie, i figli, gli amici, le montagne, il mare, una poesia, un fatto drammatico, una notizia del giornale. Non sanno uscire da se stessi e tutto misurano secondo la propria misura. Non c’è novità nella loro vita. Anche noi siamo così in tanti momenti della nostra esistenza.

Troppo individualismo?
Se il mio io è pieno di me stesso, non c’è posto per gli altri. Soltanto svuotandoci dal nostro egoismo e aprendoci, scopriamo la vera natura umana. Siamo degli esseri che non si realizzano da sé, perché non si sono creati da sé. Veniamo all’esistenza perché un Altro che ci ha voluti. Vivere vuol dire stabilire un dialogo con Dio che mi ha creato e mi sostiene in ogni istante della mia esistenza. Se il mio dialogo è soltanto con me stesso, penso di vivere e invece sto morendo.

Continua a leggere tutta l’intervista di Edoardo Tincani al vescovo Massimo su La Libertà del 28 febbraio

Palermo 16 giugno 2014. Nella parrocchia di San Giovanni Maria Vianney Curato d’Ars, a Falsomiele sono stati ospitati 225 ragazzi immigrati.

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana

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