Don Borghi, l’ultimo abbraccio

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Una teca in sagrestia conserva l’abito che il parroco di Tapignola indossava all’alba del 30 gennaio 1944

La memoria è fatta di ricordo e di perdono, sintetizza il vescovo Massimo Camisasca nella sua omelia a San Pellegrino, martedì 30 gennaio, per ricordare il 74° anniversario della fucilazione di don Pasquino Borghi: un sacerdote esemplare proprio per aver unito accoglienza amorevole, missionarietà e volontà di riconciliazione. Sono presenti alcuni nipoti del sacerdote ucciso, l’emozione è palpabile. Alla fine della Messa Camisasca, che ha appena annunciato il suo viaggio della memoria in febbraio, pronuncia altre parole brevi e dense di significato, rivolte alla folta assemblea raccolta in chiesa e in particolare ai giovani che non hanno conosciuto la guerra: abbiamo vissuto un momento – dice – in cui il sangue è diventato luce. E aggiunge: “Il sacrificio trasforma la storia”.

In questa fase di transizione in cui i testimoni oculari, anno dopo anno, si assottigliano implacabilmente, è sempre più importante che a parlare siano i posti e gli oggetti. La canonica di San Pellegrino – è la speranza espressa prima della celebrazione eucaristica dal parroco, don Giuseppe Dossetti – diventa tappa di un percorso ideale, una “via delle canoniche” che unisce tra montagna e città i luoghi di riferimento della lotta resistenziale, valoriale prima che armata, all’occupazione tedesca. E la tonaca invernale che don Pasquino indossava quando venne fucilato, d’ora in poi esposta stabilmente dentro una teca conservata in sagrestia, seguiterà a raccontare molto di un momento storico che il nostro popolo non può dimenticare.

Anche se, come annota Massimo Storchi di Istoreco, può essere controproducente insistere solo sul “dovere” della memoria, tanto più in un Paese come il nostro, piuttosto abile nell’eludere gli obblighi: per contrastare efficacemente quella sorta di Alzheimer collettivo che sembra colpire l’Italia meglio convincersi che la memoria è prima di tutto una scelta e che ricordare non è un debito da pagare ma un fatto opportuno, e finanche utile, come un’apertura di credito sul futuro. La veste di don Pasquino, spiega ancora Storchi, è una storia di condivisione, per merito dei parenti del sacerdote ucciso, che anziché custodirla privatamente, come pure sarebbe stato loro diritto fare, hanno voluto offrirla allo sguardo di tutti.

Leggi tutto l’articolo di Edoardo Tincani su La Libertà del 7 febbraio

Guarda tutte le foto della celebrazione di martedì 30 gennaio a cura del Servizio fotografico de La Libertà

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Pubblicato in Articoli, Vita diocesana

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