Giornalisti: che rapporto fra il potere e la verità?

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Camisasca: professione difficile, ma affascinante

Il Palazzo vescovile di Imola, nel pomeriggio di venerdì 26 gennaio, ha ospitato l’incontro regionale dei giornalisti, in prossimità della festa del patrono san Francesco di Sales, che ricorreva due giorni prima. Il tema era ispirato al messaggio di papa Francesco per la prossima Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali (si veda a pagina 12). Organizzato dall’Ufficio Comunicazioni Sociali della Conferenza episcopale emiliano-romagnola (Ceer) diretto da Alessandro Rondoni, insieme all’Ordine dei Giornalisti regionale, in collaborazione con Fisc, Ucsi, Gater, Acec, GreenAccord, l’appuntamento è stato aperto dal saluto del vescovo di Imola monsignor Tommaso Ghirelli, delegato per le Comunicazioni sociali Ceer. Giornalisti e operatori dei media hanno partecipato numerosi all’incontro, compreso lo staff al completo del Centro Comunicazioni sociali di Reggio Emilia-Guastalla.
Il nostro vescovo Massimo Camisasca è intervenuto come relatore al fianco di Paolo Ruffini, direttore di Tv2000, e di don Ivan Maffeis, direttore Ufficio Comunicazioni sociali della Cei. La sua relazione è stata in gran parte basata sull’esperienza personale. “Non ho certo l’intenzione di insegnarvi che cosa sia il giornalismo né come si debba fare giornalismo”, ha esordito monsignor Camisasca, che ha più volte sottolineato l’importanza e la delicatezza del compito del giornalista, rispondendo anche – nel finale dell’incontro – ad alcune domande sul tema della verità nell’informazione.
Proponiamo in questa pagina un estratto dell’intervento, in cui abbiamo conservato i riferimenti personali e una buona parte delle esortazioni che il vescovo Massimo ha rivolto ai giornalisti circa il tono generale della loro comunicazione, citando anche l’alluvione di Lentigione per spronare i cronisti a uscire dalla visuale pessimistico-depressiva e a fotografare la realtà con i suoi segni di rinascita e di speranza.

Oggi la professione giornalistica si sta modificando profondamente. I blog e social network fanno potenzialmente di tutti noi dei giornalisti. Tutti possiamo essere fonte di notizie, o almeno possiamo pensare di esserlo. I social network hanno un forte peso di influenza sull’opinione pubblica.
È dunque finito il giornalismo? Per rispondere a queste domande vorrei presentarmi e parlare un po’ di me.
Andiamo lontano, a più di sessant’anni fa. Sono nato a Milano, ma a pochi giorni mi hanno portato in un paesino sulla costa lombarda del Lago Maggiore. Era da poco finita guerra. Ero gemello, settimino, malaticcio. A tre anni e mezzo ho dovuto lasciare quel paese, la nostra casa non aveva un riscaldamento adeguato, per passare sei mesi dai nonni a Milano dove la casa aveva termosifoni e acqua calda. Ero malato. Che fare a letto?
Mia nonna era cieca e così il nonno, in pensione, mi insegnò a poco a poco le lettere dell’alfabeto, quelle a stampa.

Cominciai così a leggere alla nonna prima i titoli e poi, via via, gli articoli del Corriere della sera. Fu quello il mio primo incontro con il giornalismo. E attraverso gli articoli del Corriere della sera, negli anni delle elementari e delle medie, imparai a viaggiare restando a casa. Gli inviati del Corriere (ricordo i più grandi, o quelli che, per me furono più importanti: Indro Montanelli, Virgilio Lilli, Egisto Corradi) mi portavano in mondi lontani o mi facevano conoscere realtà di cui non avevo mai sentito parlare. Erano inviati di guerra, corrispondenti, erano profondi e capaci narratori della vita quotidiana.
Per non parlare poi di Dino Buzzati, di Montale: poeti e scrittori che al Corriere della sera immettevano la vena della loro poesia dentro la cronaca.

Continua a leggere tutto l’intervento di monsignor Camisasca su La Libertà del 31 gennaio

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