Far ridere? Incanta le sirene

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A tu per tu con l’attore comico Paolo Cevoli

Osservandolo a Montericco muoversi con disinvoltura tra fior di musicisti e raccontare la vita di Gioacchino Rossini, a più di uno spettatore è sorta spontanea una domanda: ma cosa c’entra Paolo Cevoli con l’opera e il bel canto? La risposta è autobiografica: “Sono nato nel 1958 a Riccione e la musica era ovunque… Ricordo il liscio, le donne tedesche che perdevano la testa… penso che Casadei abbia fatto figliare più lui…” e lascia in sospeso la frase. Ogni tanto fa parte del copione del comico, anche nelle interviste.

Ha respirato musica in casa?
Mamma Marisa era soprano, cantava tutto il giorno con il vibrato… e sua madre – la nonna Adele, che menava come un’assassina… – non voleva che cantasse fuori, per esempio mentre faceva il bucato, e la sgridava: “Cosa vuoi diventare, una donnaccia?”. “Si canta solo in chiesa”, diceva.
Babbo Luciano era uno che ballava tutto, anche il giornale radio. Mia zia Franca, sua sorella, aveva il mangiadischi e mi ha introdotto all’ascolto della musica. Poi c’era mio nonno materno, che per la musica colta aveva il grammofono… solo che gracchiava: era come mettere il microfono in una friggitrice… però lui cantava lo stesso che era una bellezza.

Sì, ma lei ha mai cantato?
Quando ero in terza elementare mi hanno mandato al “Cardellino d’oro”, un concorso canoro che c’era dalle mie parti, a presentare la canzone “I miei soldatini colorati”. Non avevo nessuna paura di esibirmi in pubblico, ero abituato al babbo che era lo showman di sala della Pensione Cinzia, dove sono cresciuto. Però ricordo che mi avevano vestito troppo, pativo un caldo che avevo il fango nelle mutande!

Perché non ha proseguito?
La zia per un compleanno mi aveva regalato una chitarra “eko”. Facevo i miei assoli di “Stairway to Heaven” dei Led Zeppelin e sentivo che venivano così così, ma pensavo fosse una chitarraccia… finché un giorno un ragazzo in albergo si è messo a suonare divinamente lo stesso pezzo con la mia chitarra. Lì ho capito che il problema non dipendeva dallo strumento; allora sono andato avanti con l’altra mia passione, che era sparare battute…

Nello spettacolo su Rossini ha lasciato ben capire che il rap non fa per lei: quali generi musicali le piacciono?
Ascolto molta musica classica, ma dipende dal momento in cui sono… mi piace molto anche il jazz. E nella musica leggera vado a cercare le interpretazioni femminili delle canzoni.

I suoi maestri di umorismo?
Il babbo, sicuramente, mi ha insegnato a raccontare le barzellette. Fuori dalla Pensione Cinzia, i miei preferiti erano Cochi e Renato: mi ha affascinato quella comicità fatta senza dire niente… Poi, vabbè, Totò, Troisi e tanti altri.

Leggi tutta l’intervista di Edoardo Tincani a Paolo Cevoli su La Libertà del 9 dicembre

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