Locanda San Francesco, scuola di carità

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Più di 30 nuovi posti letto riservati a persone fragili

“Non amiamo a parole ma con i fatti”, si legge nel titolo della prima Giornata Mondiale dei Poveri. I Cappuccini e la Diocesi prendono alla lettera il messaggio di papa Francesco: così domenica 19 novembre, in un sereno pomeriggio di sole, davanti a una piccola grande folla, inaugurano l’ultima delle opere-segno – come suole definirle pedagogicamente la Caritas, incaricata di gestirla – con le quali la Chiesa reggiana tende una mano alle persone disagiate; non per ansia da prestazione benefica, ma per continuare a incarnare nell’oggi la parabola evangelica del buon Samaritano. Guarda caso questi locali per l’accoglienza siti in via Ferrari Bonini 6 a Reggio – non soltanto messi a disposizione, ma magistralmente ristrutturati dai frati, affidati in comodato d’uso alla Caritas reggiano-guastallese e dichiarati agibili just in time per la benedizione – prendono la denominazione di Locanda San Francesco. In questa “ditta” vengono accostati e si compendiano il nome del santo di Assisi (e del primo papa che ha accettato di chiamarsi così, accogliendo il suggerimento del cardinale Hummes, in conclave) e quel termine, locanda, che evoca il posto dove il Samaritano-Gesù conduce il ferito perché si riprenda dopo l’aggressione; dunque non un approdo permanente, ma una sosta ristoratrice, da cui la vita delle persone più fragili possa ripartire.

Locanda San Francesco entra così nel circuito locale del servizio reso per amore, affiancandosi all’ambulatorio “Querce di Mamre”, al dormitorio di via Guittone d’Arezzo, al Centro d’Ascolto diocesano, a Casa Bruna e Dante e a tutti i luoghi di seconda accoglienza mandati avanti dalle parrocchie. Anche questo è un luogo di seconda accoglienza, pensato per permanenze che potranno variare da pochi mesi a un anno: su due livelli sono disposti un paio di appartamenti più grandi, altri di media grandezza e alcuni monolocali per donne sole o madri con bambino. In tutto i posti letto superano le 30 unità, comprendendovi anche la famiglia ospitante, di origine albanese, che ha scelto di abitare qui per qualche anno in modo da custodire la casa e accogliere i prossimi inquilini.
Negli ambienti che in precedenza alloggiavano il museo dei Cappuccini, ora trasferito a Bologna, è stata ricavata anche una comoda sala riunioni, a pian terreno, alle cui pareti fanno mostra di sé le foto della storica Mensa di via del Carbone scattate da Giuseppe Maria Codazzi. Aria di famiglia, insomma.

Continua a leggere tutto l’articolo di Edoardo Tincani su La Libertà del 2 dicembre

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Pubblicato in Articoli, Vita diocesana