La ferita

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In una splendida e celebre pagina del Fedro Platone propone il “mito dell’auriga” o “della biga alata”. Le anime degli uomini nella loro esistenza prenatale sono paragonate a carri guidati da un cocchiere (la ragione), che deve disciplinare ed armonizzare tra loro un cavallo bianco (le passioni spirituali) e un riottoso destriero nero (le passioni sensibili e corporee). Dei e uomini volano assieme spingendosi fino al “regno delle Idee”, l’Iperuranio (letteralmente, un “Cielo oltre il cielo”), sede degli archetipi perfetti ed immutabili di ogni realtà sensibile. La piena contemplazione delle Idee è concessa solo agli Dei (privi di qualsiasi componente istintuale) e alle anime umane dirette dalla componente razionale: gli altri ne intravedono poco più che brandelli fugaci. A causa della presenza dei cavalli neri talvolta le bighe si scontrano tra loro, le ali si spezzano e l’anima precipita sulla terra, incarnandosi in un corpo e perdendo tutti i ricordi della vita precedente. Tuttavia chi ha potuto anche solo per un istante contemplare l’Iperuranio ne avverte la confusa, struggente nostalgia. È l’incontro con la bellezza sensibile a riaccendere il ricordo vero e proprio: la sua contemplazione rende l’uomo memore, «di nuovo pennuto e agognante di volare, ma impotente a farlo». Ogni desiderio, dunque, non è mai fine a sé ma è richiamo e “promemoria” di una Bellezza infinita dalla quale tutti proveniamo, che «brillava allora in tutta luce, quando nella beata schiera ne godevamo la beatifica visione, (…) immersi in una luce pura».

Tuttavia la portata oggettiva di questo desiderio, prosegue Platone, è spesso fraintesa: la maggior parte degli uomini si ferma al godimento degli enti sensibili cercando di trarne un appagamento che essi non possono mai offrire completamente. L’ottundimento della memoria e la fatica a ritornare all’infinito dal quale proveniamo dipendono da «questa tomba che ora ci portiamo in giro col nome di corpo, imprigionati in esso come un’ostrica». Platone traeva questa convinzione dalla sua approfondita conoscenza della sapienza misterica legata ai riti orfici, tutta permeata dall’idea che il corpo di per sé fosse totalmente accidentale rispetto all’identità della persona: una «cintura di carne», come nel Cratilo, capace di precluderci l’utilizzo della ragione e il godimento dell’infinito. Più in generale, il razionalismo tipico di tutto il pensiero greco era orientato in questa direzione: come ancora Platone fa affermare a Socrate nel Fedone, la nostra anima razionale (la nostra mente, il nostro vero “io”) potrà essere veramente se stessa solo quando sarà reciso ogni legame con la «follia del corpo» nella morte (o con l’anticipazione di morte che la filosofia offre).

Ogni volta che mi capita di rileggere questi passi e di discuterli con i miei studenti mi rendo conto di quanto questa prospettiva sia viva oggi: un’immagine della ragione umana come nostro elemento costitutivo, cui si affida il compito di imporre il proprio ordine al reale, di trovare da sé la risposta ai problemi dell’esistenza; unita ad una rappresentazione del nostro corpo (e, più in generale, della materialità sua e del mondo in cui viviamo, così cocciutamente resistente ai nostri tentativi di “migliorarlo”) come qualcosa che non ci definisce, che non ha nulla da dire su di noi e su chi siamo, che all’occorrenza può essere messo tra parentesi o manipolato in infiniti modi – dalla chirurgia plastica fino al gender o all’utero in affitto. Quasi potessimo emendare da noi stessi il limite che ci costituisce e di cui siamo impastati.

In realtà, però, siamo andati un passo oltre rispetto a Platone; ci separa da lui lo smarrimento di una decisiva consapevolezza. «Visto dall’origine, l’essere umano assomiglia a una ferita che non può richiudersi» (così Maria Zambrano in Per l’amore e per la libertà). In un’epoca immemore della trascendenza ci impegniamo ad elaborare strategie che possano garantirci una vita “sicura”, “razionalmente ordinata” e dunque (?) “felice”, liberandoci da ogni tipo di limitazione: quasi potessimo chiudere quello strappo originario. All’uomo platonico il limite materiale (di cui il suo corpo per primo è intessuto) appare contemporaneamente come segno di separazione dall’infinito e come promemoria di quest’ultimo, che proprio a partire dalla bellezza sensibile si annuncia. La coscienza dolorosa della distanza che separa gli uomini dalla perfezione originaria fa tutt’uno con la certezza di una provenienza e con la speranza di ricongiungervisi. A noi, i “moderni”, la finitezza (nostra, altrui, di tutte le cose) non parla più. Ci disturba, anzi, la radicale ed ineliminabile dipendenza di cui essa è segno: perché non posso farmi da me stesso?

Potessimo vivere con sorpresa gratitudine quanto ci è dato – persino lo scacco del nostro essere finiti, che ci rimanda alla sua infinita sorgente. Potessimo amare questa sete di eterno che non si lascia spegnere, amarla davvero questa nostra ferita: marchio di un Altro che portiamo impresso nella carne.

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