Così si rinnova il volto della Chiesa

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A colloquio con il vescovo Massimo: la paura delle unità pastorali e il coraggio della riforma, lo spirito dell’evangelizzazione, il collegamento tra fede e carità

Capita frequentemente di imbattersi, specialmente nel web, in visioni quasi partitiche della Chiesa, con una contrapposizione tra anime diverse che rischiano di trasformarsi in fazioni ipereccitabili, e da lì ad utilizzare la violenza verbale contro gli avversari il passo è breve (nel mondo digitale addirittura è nullo). Ogni tema, dai dogmi di fede a questioni su cui una differenza di opinioni è più che legittima, viene colto nel suo aspetto divisivo, con l’effetto di indurre alcuni cristiani a evitarlo, altri a insultarsi. Che momento è questo, per la Chiesa? Evoluzione o involuzione? Siamo ancora fermi al dibattito “Io sono di Paolo e io di Cefa” o stiamo in qualche modo cambiando pelle? Abbiamo fatto una conversazione a tutto campo con il nostro Vescovo.

Don Massimo, ha detto in questi giorni, anche nella Convocazione diocesana in tv, che durante le sue visite pastorali incontra gente impaurita. Anche le novità dell’unità pastorale possono spaventare?
Come la storia della Chiesa ci mostra, il cambiamento, la “riforma”, è un tratto fondamentale della sua vita. L’evento di Cristo necessita di trovare una nuova espressione in ogni tempo. Da qui nasce la paura che molti provano. Certo, il disorientamento deriva da una serie di molteplici trasformazioni che non riguardano soltanto l’ambito ecclesiale, ma anche quello sociale, culturale e politico. Comprendo le ragioni della paura e della fatica, ma desidero indicare che c’è qualcosa di più grande e di più vero. Le difficoltà che viviamo sono l’opportunità, l’occasione che Dio ci dona per potere diventare artefici di un nuovo volto della Chiesa.

La Chiesa cambia per strappi o per continuità?
Per temperamento, formazione e sensibilità non sono un rivoluzionario. Sento profondamente la continuità con ogni momento della vita della Chiesa che mi ha preceduto. A partire dalla normatività dell’epoca degli apostoli così come è trasmessa dalla Tradizione e dalla Scrittura. E sento la bellezza e la grandiosità del tempo dei martiri, che oggi stiamo rivivendo. La preziosità del tempo dei monaci che, da Benedetto in poi, hanno creato una tradizione che ancora oggi consideriamo costitutiva dell’esperienza ecclesiale. La forza dell’epoca medioevale, del gregoriano, del romanico, delle grandi cattedrali. La vicinanza con gli ordini mendicanti, con Dante e san Tommaso D’Aquino, che è stato un rivoluzionario e un genio insuperato nella storia della teologia. La Chiesa che ha visto Cristoforo Colombo andare nelle Americhe. Quella di sant’Ignazio di Loyola e di santa Teresa d’Avila. Poi la Chiesa del barocco, la Chiesa sofferente della Rivoluzione francese. La Chiesa dei Papi in Francia, prigionieri di Napoleone. Quella che ha cominciato molto faticosamente a fare i conti con la modernità.

Che fa, rimpiange altre epoche storiche?
Nient’affatto. Dico che ci sono stati altri snodi difficili ma toccati dalla grazia di Dio. Pensiamo alla Chiesa che si sentiva alla fine quando, alla morte di Pio VIII all’estero, i rivoluzionari francesi avevano detto: “È l’ultimo Papa”. Alla Chiesa che perde ciò che per più di un millennio era considerato inestricabilmente legato al suo volto: il potere temporale. Da questo fatto abbiamo avuto grandi doni. Il primo sono stati i Papi del Novecento che, liberi da responsabilità che non spettavano ormai più storicamente loro, hanno potuto dedicarsi interamente al compito ecclesiale. Poi, il Concilio Vaticano II e i grandi pontificati di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Infine, quello di papa Francesco, che si può capire solo alla luce, dopo un secolo e più, della fine del potere temporale.

Continua a leggere tutta l’intervista di Edoardo Tincani al vescovo Massimo Camisasca su La Libertà del 28 ottobre

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